Prima ancora dell’uscita del film, Timothée Chalamet aveva già iniziato a comportarsi come Marty Mauser. I finti Zoom con il team della casa di produzione A24, fatti circolare come se fossero leak; i look coordinati in arancione con la fidanzata Kylie Jenner; le risposte volutamente dirette e poco accomodanti nei press junket. In ogni passaggio di questa promozione sui generis, si percepiva la stessa sostanza di cui è fatto il suo personaggio: la tigna. Non si era mai visto uno Chalamet così determinato a prendersi quello che giustamente considera meritato, e cioè l’Oscar, che neanche la super interpretazione di Bob Dylan nell’ottimo A Complete Unknown gli aveva dato.
Marty Supreme è un film che parla esattamente di questo, di questa tigna che spinge il personaggio ad accaparrarsi la sua parte di sogno americano, a qualsiasi costo, nonostante tutte le sfortune che gli capitano sulla testa. Marty Mauser è un commesso in un negozio di scarpe e nel tempo libero giocatore di ping pong senza pedigree, squattrinato e con più arroganza che talento, è ossessivo, spregiudicato, incapace di fermarsi anche quando sarebbe il caso. Più che una storia sportiva, il film è la storia di una determinazione incrollabile.
Perché Marty Supreme, al netto della sua trama sgangherata, funziona soprattutto come storia di un uomo che non sa fermarsi. Più che il ping‑pong, più che l’America anni Cinquanta, più che l’estetica di Josh Safdie sempre sull’orlo dell’attacco di panico, è la testardaggine del protagonista a prendersi il centro del film. Marty non vuole migliorarsi, vuole vincere, non vuole essere amato, vuole essere visto. E Chalamet lo segue senza correggerlo, senza umanizzarlo a forza. Il film evita consapevolmente il percorso edificante del racconto sportivo. Non c’è una vera catarsi, non c’è un arco morale che si chiude con ordine. C’è un’energia nervosa che corre per tutta la durata, e Chalamet regge questa tensione fino allo sfinimento, con il suo corpo che pare sempre sul punto di rompersi.
Marty Supreme non avanza mai in linea retta, si muove per accumuli, come se ogni scelta ne trascinasse dietro altre dieci, spesso sbagliate, quasi sempre eccessive. Ci sono risse improvvise, allenamenti raffazzonati, spostamenti caotici, bugie raccontate con troppa sicurezza per funzionare davvero. Il ping-pong, in questo senso, è una scelta perfetta. È uno sport rapido, marginale, privo di aura, continuamente sbeffeggiato da tutti i personaggi durante il film. Le partite non hanno nulla di elegante o celebrativo: sono nervose, spezzate, spesso brutte da vedere. Nel film compare anche Gwyneth Paltrow, in un ruolo che gioca apertamente con la sua immagine pubblica, quello della ex diva oggi sposata a un riccone e defilata.
Dentro questo film, Chalamet non si mette mai al riparo, si espone come il suo personaggio, ne condivide tutta l’ostinazione. E chissà se la scelta verrà premiata o meno agli Oscar. Di certo, ha giocato la partita fino in fondo con la stessa tigna di Marty Mauser.