Microchirurgia della mano: l’intervento al quale si è sottoposto Nek è il più complesso

«L’amputazione o la subamputazione di una o più dita della mano rappresenta una delle sfide più complesse per il chirurgo della mano. In questi casi, tutte le strutture anatomiche contenute nel dito (tendini, nervi, vene, arterie e ossa) risultano lesionate e devono essere ricostruite una per una. Stiamo parlando di strutture dal diametro fine come un capello, che richiedono competenze microchirurgiche estremamente avanzate», ci spiega il dottor Giorgio Pivato, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva di Humanitas. «Riattaccare un dito significa quindi ristabilire la continuità di ogni singolo elemento vitale, con un rischio di fallimento che resta elevato per via dell’enorme difficoltà tecnica dell’intervento. Il mancato successo del’intervento, proprio per la sua complessità, è un’evenienza possibile», sottolinea il dottor Pivato, ricordando come ogni reimpianto sia una corsa contro il tempo e contro i limiti biologici dei tessuti.

Il caso Nek e il valore della riabilitazione post operazione

Nel caso di Nek, l’intervento, durato circa 11 ore, ha portato a un recupero funzionale stimato intorno all’80 per cento. «Il fatto che oggi riesca a suonare il pianoforte, anche se non ancora la chitarra, è già un risultato straordinario», osserva il dottor Pivato di Humanitas. «Dopo questo tipo di chirurgia, infatti, possono persistere rigidità articolari o una riduzione della sensibilità che rendono le dita poco funzionali. Un recupero così significativo è indice di un lavoro chirurgico di alto livello, ma anche dell’impegno del paziente. Fondamentale è la riabilitazione, affidata a fisioterapisti specializzati nelle patologie della mano, con esercizi inizialmente molto delicati per proteggere le strutture ricostruite, ma contestualmente per prevenire le rigidità. Un percorso che fa la differenza tra un dito salvato e una mano che torna a rispondere e vivere».

Il caso Nek: cosa fare in caso di amputazione di un dito

In caso di amputazione di un dito, come è accaduto al cantante emiliano, la tempestività e la lucidità d’azione sono elementi decisivi. «La prima cosa da fare è chiamare immediatamente l’ambulanza; la seconda è fermare il sanguinamento con ciò che si ha a disposizione», spiega il dottor Pivato. «Il segmento amputato deve essere recuperato, avvolto in una garza umida, inserito in un sacchetto di plastica asciutto e poi collocato in un secondo sacchetto con acqua e ghiaccio», precisa Pivato. «In questo modo si evita il congelamento dei globuli rossi e l’eventuale formazione di trombi. Questa corretta conservazione serve inoltre a prolungare la vitalità dei tessuti. In linea generale, superate le otto ore il reimpianto non è più possibile».

Dita amputate: i soggetti più a rischio (e perché)

«Queste lesioni interessano soprattutto i lavoratori manuali, spesso per un attimo di distrazione, e i bricoleur amatoriali, in questo caso per una scarsa dimestichezza con gli utensili. Rispetto a qualche anno fa, osserviamo fortunatamente molti meno casi. Questo perché nelle aziende le misure di sicurezza sono cresciute in modo significativo, con l’uso di dispositivi di protezione, a partire dai guanti appositi, e macchinari sempre più sicuri», spiega il dottor Pivato. «Restano tuttavia alcune cause ricorrenti, come i traumi da scoppio dei fuochi d’artificio. La mano è una delle parti del corpo più difficili da ricostruire», conclude Pivato, «perché in uno spazio estremamente ridotto si concentrano muscoli, tendini, nervi, arterie, vene e ossa di dimensioni microscopiche, rendendo ogni intervento un gesto chirurgico di altissima complessità».