di
Paolo Valentino

«Senza la soluzione delle questioni territoriali, secondo la formula concordata ad Anchorage, non ci sarà alcuna soluzione politico-diplomatica permanente»

Alla fine, tornano sempre ad Anchorage. Tornano al luogo della «redenzione» di Vladimir Putin sulla scena del mondo e della promessa trumpiana di una capitolazione dell’Ucraina, la sola formula che per il Cremlino è sinonimo di pace

Inciampa come previsto sul Donbass, il gioco delle tre carte inscenato ad Abu Dhabi, dove per la prima volta i russi hanno accettato di sedersi con gli ucraini sotto l’egida amica degli Amerikanskiye partnyory, come ironicamente vengono chiamati gli americani. «Senza la soluzione delle questioni territoriali, secondo la formula concordata ad Anchorage, non ci sarà alcuna soluzione politico-diplomatica permanente», avverte Yurij Ushakov, consigliere di politica estera di Putin. Senza questa, continua l’implacabile sillogismo, «gli obiettivi dell’operazione speciale saranno raggiunti sul campo». Ergo la guerra continua.



















































L’Occidente diviso

Ma per capire la durezza negoziale di Vladimir Putin e la sua sostenibilità a dispetto del crescente affanno del sistema, occorre prendere a prestito da Leonardo Sciascia lo strumento del contesto.

Sul piano politico, la linea del Cremlino, ripetuta dai duri al vertice o declinata nei talk show dagli agit-prop del regime, è trasparente: avanzare fin dove è possibile, imporre il massimo di distruzione all’Ucraina, approfittando della scissione dell’Occidente alimentata da Trump. Mosca ha bisogno della vittoria per tornare fra le grandi potenze, quelle che decidono nella politica mondiale.

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A fornire una base teorica è ancora una volta il filosofo ultranazionalista Alexandr Dugin, onnipresente sul suo canale Telegram, secondo il quale «nulla avvicinerà la pace tranne la nostra vittoria». Dugin rivanga l’atavica diffidenza verso l’Occidente, al quale «non bisogna mai credere» perché «non mantiene la parola data» e «non rispetta gli accordi». Conclusione: «Con l’Occidente si può solo combattere, per quanto difficile possa essere». Dugin si scaglia contro quella parte dell’élite russa —il riferimento è probabilmente a Kirill Dmitriev, il negoziatore di Putin non a caso soprannominato «l’americano» — che partecipa con «troppo ardore alla ripugnante trattativa con i rappresentanti speciali di Trump». 

Poi ci sono i cosiddetti commentatori «patriottici», in testa il blogger e editorialista della Komsomolskaya Pravda, Aleksandr Kots, secondo cui occorre tenere separate la guerra e la trattativa. Mentre prosegue la prima, vada pure avanti quest’ultima, dice, ma su cosa? Kots smonta la proposta ucraina di una «tregua energetica» sulla quale Kiev «non ha nulla da offrire». Dunque: «Rinunciare agli attacchi alle petroliere? Abbiamo già dimostrato che causiamo loro danni molto più gravi». 

Resterebbe uno scambio di prigionieri: «Non lo abbiamo mai rifiutato». Ma di sicuro, avverte Kots, «non ci sarà un compromesso territoriale». «Nessuno ha intenzione per ora di firmare alcun accordo», dice Yuri Podolyaka, che vanta 3 milioni di follower su Telegram. Sulla proposta di Kiev del cessate il fuoco energetico emette una sentenza di condanna anche un editoriale di Ria Novosti: «La spina dorsale energetica del regime di Kiev sta già iniziando a sgretolarsi».

La missione dello zar

Ampliando lo spettro, uno che il Cremlino ha bollato come «agente straniero», il blogger Roman Aliokhin, spara una salva preventiva sul Board of Peace per Gaza, proposto da Trump, che ha invitato Putin a farne parte, ma senza al momento riceverne una risposta definitiva: «In simili consigli di pace, la Russia non sarà mai un partner alla pari. Se vogliamo sopravvivere non solo come territorio ma come soggetto della Storia, dobbiamo pensare in termini di architettura del nostro potere, non di reazioni a iniziative altrui».

Fin qui il contesto, che ci spiega come Vladimir Putin non agisca in un vuoto e lascia pochi dubbi quanto alla doppiezza con cui i russi partecipano al negoziato in corso, facendo finta di trattare con i due immobiliaristi fiduciari di Trump, mentre l’Armata continua a seminare morte e devastazione in Ucraina. E ci dice quanto il nodo del Donbass non sia mera questione territoriale agli occhi dello zar. Il quale ha una missione da compiere e sa che al momento può contare sul fronte interno. C’è ancora qualcuno disposto a dire che Putin vuole la pace, quando è ormai chiaro che per lui finché c’è guerra c’è speranza?

25 gennaio 2026 ( modifica il 25 gennaio 2026 | 09:44)