di
Flavio Vanetti

Per Giovanni Franzoni il secondo successo in pochi giorni dopo quello di Wengen: «Avevo problemi di autostima, ora ho una marcia in più»

Tutti pazzi per Giovanni Franzoni, il nuovo re di Kitzbuehel. È l’impresa che vale una laurea: primo nella discesa-simbolo della Coppa del Mondo di sci, la gara che a Gio’ ha scatenato le emozioni più profonde nel ricordo di Matteo Franzoso, il fraterno compagno di squadra morto a settembre in Cile: «Ho fatto una follia, sto tremando. Alla partenza avevo in testa Matteo: un anno fa qui condividevamo la stanza dell’hotel». Parole pronunciate a caldo, seduto nell’angolo del leader, vedendo tutti capitolare: Odermatt, Von Allmen, il resto degli svizzeri, gli austriaci e gli altri, partendo da quel demonio del francese Muzaton, outsider con il numero 29 che dopo 5 intertempi «verdi» si è fumato il successo ma non il terzo posto, tolto al nostro Schieder.

«Non potevo mollare

Franzoni non riusciva a parlare: le frasi erano strozzate in gola, il viso era rigato dalle lacrime. Un inchino al suo risultato ma soprattutto alla sua umana fragilità e alla capacità di far riflettere sulla vita: Giovanni qui in trionfo, Matteo a seguirlo — chissà — da altre dimensioni. È la stessa vicenda che ha coinvolto Charles Leclerc dopo la scomparsa di Jules Bianchi, l’amico che avrebbe guidato la Ferrari al suo posto se non avesse avuto il tragico incidente di Suzuka. «Stamattina mentre scrollavo i social — racconta il nuovo eroe del nostro sci — mi è uscito il video di una canzone che diceva: “Non posso mollare, ho fatto una promessa a qualcuno che è in paradiso”. L’ho risentita in continuazione e mi sono detto che potevo vincere per lui».



















































Il messaggio di Sinner

Non gli ha scritto il LeBron James del quale è tifoso, ma sappiamo che dall’Australia, dopo le prove (primo e secondo in entrambe: i messaggi erano chiari), si era fatto vivo Jannik Sinner: «Mi aveva iniziato a seguire su Instagram, gli ho scritto io. Mi ha fatto i complimenti, mi ha incoraggiato e mi ha lasciato il suo numero. Una persona spontanea, vera. Ricevere un messaggio del genere dà una carica incredibile. Ho pensato: “Cavolo, se mi ha scritto anche lui vuol dire che qualcosa ho fatto”».

«Così ho consolato Odermatt»

Anche questa è una notizia ed è il punto di collegamento tra la gara, le feste (da tradizione avrà il nome su una cabina della funivia «e l’anno prossimo la aspetterò finché non l’avrò vista»; quindi ha partecipato al galà, indossando lo smoking e pagando gli abiti buoni «agli amici venuti fin qui») e il futuro. La vittoria sulla Streif, quarto italiano a riuscirci in libera dopo Paris, Fill e Ghedina, si lega allo spavento-Muzaton («Aveva mezzo secondo di vantaggio, era tosta. Però sapevo di aver fatto la differenza dall’Oberhausberg in giù») ma prima di tutto ai 7/100 dello smacco ad Odermatt, incavolato come una bestia perché questo è uno scalpo che gli manca: «Mi dispiaceva vederlo così. Gli ho messo una mano sulla spalla e l’ho consolato: “Sei il più forte, prima o poi ce la farai”».

«Amo trasmettere buone cose»

È la gentilezza di Gio’— «Sono sensibile, amo trasmettere cose buone» —, il ragazzo che ha scambiato poche parole con la mamma («È bastato abbracciarla»), che ammette di aver accelerato di testa («Per uno che ha avuto problemi di autostima cambia tutto trovare la marcia giusta») e che è lungi dal montarsi la testa: «A inizio stagione partivo con il 60, stavolta sono arrivato qui, come un ragazzino, e ho vinto la gara ambita da tutti: però rimetto subito i piedi per terra». Non chiederà alla squadra di preparargli il caffè, semmai sarà sempre lui a servirlo ai veterani: «Ho ancora tanto da imparare». 

25 gennaio 2026 ( modifica il 25 gennaio 2026 | 07:15)