Perché Trump ha sentito il bisogno di insultare i soldati italiani, e ha offeso tutte le destre europee? Una delle ricadute durevoli di Davos e della tensione sulla Groenlandia investe i rapporti tra l’America MAGA e quelle destre europee che ne condividono in buona parte valori, visione del mondo, programmi politici.

È un capitolo rilevante nella turbolenta evoluzione delle relazioni atlantiche, perché le destre nazionaliste sono al potere – o possono arrivarci – in diversi paesi dell’Unione europea, dalla Germania all’Italia. L’incidente “Davos-Groenlandia” mette a nudo alcune debolezze del trumpismo, e anche i limiti della risposta europea.



















































Non è sorprendente che il ministro italiano della Difesa, Crosetto, e quello degli Esteri Tajani abbiano reagito con insolita durezza alle frasi di Trump che sminuivano il contributo degli alleati in Afghanistan. Su quel fronte sono morti 53 militari italiani, e 723 sono rimasti feriti. In quella guerra durata vent’anni gli europei andarono a combattere per difendere gli Stati Uniti dopo l’aggressione dell’11 settembre 2001: è l’unico caso in cui è scattato il famoso articolo 5 del Trattato Nato, sull’obbligo di difesa di un alleato attaccato. 

(Va ricordato, per completezza di cronaca, che una grave offesa agli alleati era già stata inflitta di fatto dall’Amministrazione Biden nell’estate del 2021: la decisione di abbandonare Kabul, nei modi e nei tempi fu decisa a Washington, unilateralmente, prendendo alla sprovvista i partner della Nato). Il rispetto verso le forze armate è un valore tradizionale per tutte le destre e quindi tutti i partiti conservatori o nazionalisti d’Europa hanno sentito il dovere di reagire a quelle parole di Trump.

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Il disprezzo verso il contributo degli alleati in Afghanistan si è aggiunto a un altro strappo. Sulla Groenlandia le pretese di Trump sono andate a minacciare la sovranità di un paese europeo. Anche in questo caso Trump ha ferito le destre di tutta Europa perché la sovranità nazionale è proprio uno dei loro valori più importanti.
Questi eventi riportano in primo piano un limite «genetico» del trumpismo: è esportabile fino a un certo punto. Il mito che esista una Internazionale MAGA è sempre stato risibile, anche se l’ideologo Steve Bannon cercò di propagandarsi come una sorta di emissario mondiale del trumpismo, molti in Europa abboccarono, e durante il primo mandato di Trump lui riuscì a campare di rendita su quella impostura. Proprio perché il nazionalismo è un valore primario di queste destre, è difficile che aderiscano a un’agenda globale, comune e coordinata.

Di sicuro i maldipancia sulla Groenlandia hanno afflitto due leader conservatori che erano solidi alleati dell’America: il cancelliere democristiano Friedrich Merz in Germania, e Giorgia Meloni.

Anche gli appoggi di un anno fa che Vance e Musk hanno dato ad alcune destre europee più radicali (l’AfD tedesca o Farage) non hanno impedito che nei giorni scorsi queste forze condannassero le uscite di Trump sulla Groenlandia. A Londra, il leader sovranista del Reform Party, Nigel Farage ha usato parole perfino più dure del premier laburista Starmer, bollando le uscite iniziali di Trump sulla Groenlandia (prima della de-escalation) come «un atto molto ostile». 

A Parigi il leader della destra lepenista Jordan Bardella ha denunciato un «tentativo di coercizione». In Germania la capa dell’AfD Alice Weidel ha accusato Trump di rinnegare alcune promesse elettorali. Il pandemonio Davos-Groenlandia, per quanto sia durato poco (come tante «crisi epocali» attribuite al trumpismo) ha confermato una verità antica, che è stata ricordata dall’analista Jeremy Shapiro dello European Council on Foreign Relations: «Molte destre nazionaliste europee nacquero in opposizione all’imperialismo americano». Se nel Dna di certe destre c’è ancora il fascismo, allora una componente originaria è l’antiamericanismo, e Trump sta lavorando per resuscitarlo.

Le crisi atlantiche che Trump scatena a intermittenza, basteranno davvero a «fare l’Europa unita», come si è detto più volte nelle giornate di Davos 2026? L’America si sta isolando nel mondo?
La risposta al secondo interrogativo è senz’altro negativa. 

Non appena si è diradato il polverone di Davos, l’azione si è spostata in luoghi dove la centralità Usa rimane evidente, forse perfino rafforzata. Il negoziato per una tregua in Ucraina si svolge in un formato triangolare Trump-Putin-Zelensky; l’Europa lì non c’è. In Medio Oriente la formazione del Board of Peace di Gaza è criticata o apertamente boicottata dagli europei. Ma vi aderiscono oltre venti paesi tra cui i due «imperi regionali» che contano: l’impero ottomano (Turchia) e quello arabo (Regno Saudita), i più importanti attori geopolitici che con l’aiuto americano vogliono contenere l’Iran. Ben presto si tornerà a parlare anche della crisi di regime a Teheran, e delle opzioni a disposizione di Washington per influenzarne gli esiti; nonché del dopo-Maduro e dei suoi effetti allargati a tutta l’America latina. Un osservatore molto lucido che era a Davos, lo storico scozzese Niall Ferguson della Hoover Institution (Stanford), ha insinuato il sospetto che la sceneggiata trumpiana sulla Groenlandia sia servita anche a sviare l’attenzione da dossier ben più importanti.

La vera domanda che emerge dal pandemonio Davos-Groenlandia è questa: gli europei – leader e opinioni pubbliche – sono disponibili a fare il necessario per diventare rilevanti? O preferiscono stare ai margini, commentando le partite in corso, criticando le mosse degli attori (Trump in testa), da una posizione di superiorità morale, ma senza impatto sugli eventi?

Quanti sono pronti a seguire Roderich Kiesewetter, parlamentare della Cdu tedesca (il partito di maggioranza e di governo, quello di Merz), il quale parla apertamente di sviluppare un armamento nucleare europeo per non dipendere più dalla protezione americana? «L’Alleanza atlantica – ha detto Kiesewetter – non può essere costruita sulle sorprese, e con Trump non si possono escludere le sorprese». Essere autonomi, contare sulle proprie forze, ha dei costi economici, politici, morali, di fronte ai quali molti preferiscono voltarsi dall’altra parte.

A Davos la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha elencato tra le condizioni dell’emancipazione europea la conquista di un dinamismo economico superiore, e il rafforzamento della sicurezza. Paradossalmente, ambedue questi obiettivi richiederebbero all’Ue di diventare un po’ più simile a quegli Stati Uniti d’America che oggi sono circondati da condanne e disprezzo: ma hanno, per l’appunto, un’economia molto più vigorosa e un apparato militare che sa farsi rispettare. Tutt’e due, peraltro, sono forze strutturali, costruite nel lungo periodo, non particolarmente legate alla figura di questo o quel presidente.

La folla di Davos ha incoronato come «vincitore morale» di quell’evento il premier canadese Carney. Tra le frasi più apprezzate del suo discorso, c’era il passaggio in cui Carney ha detto: «Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Le medie potenze devono agire insieme. Perché se non siamo seduti al tavolo, allora siamo nel menu del pranzo». Bella immagine, che ha ricevuto una standing ovation. Lo stesso Carney ora viene descritto come colui che traghetta il Canada dalla subalternità verso gli Stati Uniti ad una relazione privilegiata con la Cina. Sembra aver dimenticato come Xi Jinping tratta le medie potenze. Pochi anni fa, nel mezzo di un braccio di ferro sull’azienda Huawei incolpata di violazione di sanzioni, la magistratura canadese osò mettere agli arresti domiciliari a Vancouver la direttrice finanziaria di Huawei, in attesa dell’istruttoria. Mentre la top manager cinese viveva in una lussuosa dimora, due diplomatici canadesi in Cina vennero arrestati, sbattuti in carcere, in regime di massimo isolamento e tortura psicologica, trattati come ostaggi per negoziare uno scambio.

L’illusione che le medie potenze possano sfuggire alla maledizione di Trump gettandosi nelle braccia di Xi Jinping (o di Putin), è una specie di mostro di Loch Ness, che appare e scompare periodicamente

Se n’era parlato dopo il Liberation Day, il 4 aprile 2025, il giorno dell’annuncio dei dazi. Per adesso il bilancio di quella partita è il seguente: i dazi non hanno impedito che il mercato Usa rimanga il più grande sbocco commerciale per tutte le economie europee (dopo la stessa Ue); solo le esportazioni cinesi verso l’America sono crollate; ma Pechino ha segnato il record storico del suo attivo commerciale dirottando le sue vendite in Europa.

Emanciparsi dall’America – almeno finché c’è Trump al comando – è un obiettivo popolare in Europa quando viene enunciato in astratto. Zelensky a Davos ha messo il dito nella piaga: «Gli europei adorano discutere il futuro, ma evitano di passare all’azione oggi. Ed è l’azione di oggi che definisce quale futuro avremo». Che cosa intendesse, lo ha spiegato lui stesso: «L’Europa deve imparare a difendersi». 

Se gli europei oggi non siedono al tavolo del negoziato sulla tregua in Ucraina, non è solo perché Trump e Putin li disprezzano. È perché non sono rilevanti, né come fornitori di armi oggi né come fornitori di sicurezza futura; e questo benché la guerra in Ucraina minacci da vicino la loro sicurezza, non quella degli Stati Uniti. (Anche sulle sanzioni economiche l’Europa è molto meno decisiva ed efficace di quanto voglia far credere). Ma parlare di riarmo rimane un tabù per moltissimi europei. Come osserva lo storico americano Walter Russell Meade: «È più facile e più piacevole per l’establishment politico e culturale europeo odiare Trump, che riflettere sulle proprie responsabilità nell’aver reso l’Europa così impotente».     

25 gennaio 2026, 18:55 – modifica il 25 gennaio 2026 | 19:06