L’impianto Murphy Road Recycling in Connecticut è quasi del tutto automatizzato e tratta 60 tonnellate di materiale all’ora. All’origine della scelta i dazi sull’alluminio e il tentativo di diminuire l’inquinamento da plastica

La prospettiva dell’essere umano sostituito dalle macchine spaventa non pochi settori lavorativi. Tuttavia, c’è un compito che i computer sembrano poter rivestire senza particolari lamentele, ossia lo smistamento dei materiali riciclabili. Vicino ad Hartford, nel Connecticut, il centro di recupero materiali Murphy Road Recycling sta affidando il lavoro sporco alle macchine, che per un operaio in carne ed ossa significherebbe passare intere giornate sopra un nastro trasportatore, piegarsi in continuazione per raccogliere flaconi di plastica o lattine. Si tratta di uno sforzo fisico notevole, a fronte di una paga limitata. Come notato dall’Economic Resarch Institute, negli Stati Uniti lo stipendio di un lavoratore nell’ambito del riciclaggio ammonta a circa 40mila dollari annui, mentre la retribuzione media oscilla tra i 60 e 80mila.

Come funziona l’impianto

Il sistema composto di nastri, magneti, selezionatrici ottiche e valvole di blocco pneumatico è in grado di funzionare senza l’intervento dell’uomo, a cui rimane ancora il compito di controllare gli oggetti potenzialmente pericolosi nella sezione iniziale. I computer realizzati da Greyparrot, servizio di gestione rifiuti con sede a Londra, sorvegliano l’intero processo e analizzano i materiali che viaggiano a 11 chilometri all’ora. Grazie all’intelligenza artificiale, riescono a individuare i materiali riciclabili, segnalare quelli alimentari, calcolare il peso degli oggetti, stimare il loro valore di mercato e stabilire il punto ottimale in cui un artiglio robotico potrebbe afferrare ogni pezzo. Greyparrot ha addestrato i dispositivi mostrandogli un’enorme quantità di materiali riciclabili nelle più diverse condizioni cui potrebbero arrivare all’impianto di smistamento, da intatti a accartocciati o parzialmente distrutti. Le macchine sono ora in grado di riconoscerli all’istante, oltre a raccogliere dati su ciò che passa per l’impianto e sugli errori nella selezione. Come riportato dal Wall Street Journal, i dirigenti di Murphy Road hanno affermato che la nuova tecnologia permette di smistare fino a 60 tonnellate di materiale all’ora, compresse in balle di carta, plastica o alluminio. Quest’ultime vengono poi rivendute a cartiere, produttori e impianti di rifusione. Jonathan Murray, direttore operativo dell’impianto, ha commentato con il WSJ: «Ci sta aiutando ad apportare modifiche al sistema per realizzare il prodotto più pulito possibile e ridistribuire il nostro personale dove sarà più efficace».



















































Le ragioni dell’innovazione

A motivare la svolta nello smistamento rifiuti sono state soprattutto le preoccupazioni di carattere ambientale e la strategia dell’amministrazione di Donald Trump di aumentare la produzione nazionale di materie prime. Quest’ultime sarebbero infatti estraibili anche dagli scarti riciclabili. La crescente richiesta di rottami metallici sarebbe determinata anche dai dazi sull’importazione di acciaio e alluminio, che Trump ha raddoppiato portandoli al 50%. In parallelo, il 2025 ha visto chiudere diverse cartiere statunitensi (tra cui International Paper e Georgia-Pacific) mettendo in difficoltà i produttori di scatole. Nell’ottica di diminuire l’inquinamento da plastica, inoltre, diversi stati Usa hanno emanato leggi che stabiliscono la responsabilità estesa del produttore. Per tale ragione, le aziende di beni di consumo sono sempre più interessate a recuperare le proprie bottiglie e contenitori. Il profitto generato da tali impianti, per il momento, è però in dubbio. Le spese di gestione, da un lato, si equilibrano con il valore dei materiali estratti. D’altra parte, pesa anche la cattiva abitudine al riciclaggio degli americani. Molti rifiuti, tra lattine di birra e imballaggi di vario genere, non arrivano nemmeno ai centri di smistamento.

Un caso di studio

Dennis Bagley, direttore esecutivo della Southeastern Public Service Authority (l’ente governativo regionale che si occupa di rifiuti) ha riportato all’attenzione di Waste Dive uno studio che riguarda il flusso di rifiuti nella Virginia sud-orientale. Si è notato come il 28% fosse riciclabile, eppure il tasso di riciclaggio del sistema regionale si arresta soltanto al 7%. Entro il 2060, in più, la discarica locale avrebbe raggiunto la capienza massima nonostante una recente espansione. Per questo motivo l’Authority ha incaricato AMP, società del Colorado che realizza impianti di riciclaggio gestiti dall’AI, di costruire un sistema automatizzato per la raccolta dei rifiuti che ha l’obiettivo di dimezzare il volume di materiali diretti in discarica, rimuovendo i materiali riciclabili e quelli organici. Le sostanze biodegradabili vengono trasformate in biochar, una sorta di carbone vegetale utilizzato in combo con il calcestruzzo. L’impianto in questione è stato ultimato due anni fa e sta attraversando una prima fase di espansione.

Una tendenza collettiva

Anche Republic, altra azienda leader nello smaltimento rifiuti a livello nazionale, sta investendo sul riciclaggio della plastica. L’intelligenza artificiale è stata installata in un terzo dei loro 79 impianti e l’impresa sta costruendo il terzo (su quattro attesi) centro di produzione di materiali polimeri ad Allentown, in Pennsylvania. In tali strutture, già in azione a Indianapolis e Las Vegas, la plastica raccolta viene smistata per tipo e colore e poi trasformata in scaglie da vendere per la realizzazione di nuove bottiglie e taniche. Waste Management, la più grande azienda americana di trasporto e riciclaggio di rifiuti, ha investito oltre 1,4 miliardi di dollari nella costruzione e nell’automazione di ulteriori impianti. Nel terzo trimestre dell’anno, l’azienda ha registrato un aumento del 18% degli utili nel settore in questione, nonostante i prezzi delle materie prime siano diminuiti del 35% rispetto al 2024. L’automazione ha fatto sì che il valore della produzione aumentasse, al decrescere dei costi della manodopera.

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24 gennaio 2026