Che in tutti i Paesi più avanzati il 10% dei cittadini più facoltosi (il cosiddetto decimo decile) detenga la quota più alta della ricchezza in genere più del 50% del totale, non è una notizia. E non è nemmeno una notizia che il 50% dei cittadini più poveri (il cosiddetto bottom 50%) ne detenga una frazione molto bassa, normalmente meno del 10%. Sono numeri “normali” nelle società democratiche capitalistiche mature, mentre nei Paesi con dittature e oligarchie il divario può essere anche più ampio.

Tuttavia, non passa mese senza che qualche centro studi o ONG si spinga quasi a criminalizzare ideologicamente la ricchezza e la sua concentrazione, alimentando un senso di sempre più diffuso risentimento nell’opinione pubblica, specie tra le classi sociali meno abbienti. Questo modo di trattare l’informazione economica è alquanto discutibile. Infatti, molti miliardari e milionari sono tali non in quanto percettori di chissà quali rendite bensì perché posseggono quote di controllo delle imprese che hanno meritoriamente creato, generando PIL e occupazione. Bisognerebbe inoltre distinguere tra la ricchezza, cioè il patrimonio immobiliare e finanziario, da un lato, e i redditi, dall’altro, due cose molto diverse (normalmente la maggior parte delle persone vive coi secondi, non con la prima), altrimenti si corre il rischio di generare una confusione ancora maggiore.

La vera notizia preoccupante è piuttosto un’altra e cioè che negli ultimi anni si sta assistendo in alcuni Paesi avanzati e liberali, in particolare negli Stati Uniti, ad una crescente iper-concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi potenti tycoon, col rischio che questi supermiliardari possano avere una influenza sempre più rilevante – anche attraverso i social media e le tecnologie che essi controllano – sulla politica e sulle persone. Secondo la Federal Reserve, negli Stati Uniti l’1% dei più ricchi nel secondo trimestre 2025 deteneva il 31,1% della ricchezza totale del Paese e il decimo decile più ricco il 67,5% della stessa, contro l’appena 2,5% del 50% degli americani meno abbienti. In altre parole, negli Stati Uniti il 10% più facoltoso della popolazione detiene un patrimonio pari a 27 volte quello del 50% dei più poveri.

In Italia la ricchezza è molto meno concentrata che in America e in altre grandi nazioni europee

Tutto ciò premesso, la concentrazione della ricchezza esiste ovviamente anche in Italia, ma da qui a sostenere, come hanno fatto alcuni, che il nostro sia un Paese sempre più costituito da poveri e sia minacciato, persino nelle sue fondamenta democratiche, da pochi super ricchi con patrimoni tipo Musk e Bezos, ne passa parecchio.

È invece possibile tracciare un quadro oggettivo (e comparato con altri Paesi) della concentrazione della ricchezza in Italia attraverso i Distributional wealth accounts, i cui numeri sono aggiornati trimestralmente dalla Banca centrale europea sul proprio sito internet. Da questi numeri emerge innanzitutto una prima notizia “controcorrente” e cioè che il 50% degli italiani con i patrimoni più bassi detiene una ricchezza netta (dedotti i debiti) di 831 miliardi di euro (i dati sono aggiornati al secondo trimestre 2025), un numero che equivale a oltre 1/3 del PIL italiano. Si tratta del più alto patrimonio comparabile in Europa per il 50% della popolazione meno abbiente, davanti ai 779 miliardi detenuti dalla corrispondente quota degli spagnoli più “poveri”, ai 687 miliardi dei francesi più “poveri” e ai 481 miliardi dei tedeschi più “poveri”. Una classifica da cui esce vincente il modello distribuzionale dei Paesi mediterranei su quello dei Paesi del Nord Europa, almeno per ciò che riguarda questo aspetto.

Il confronto tra Italia, Francia, Germania e Stati Uniti

Se restringiamo, per semplicità, la nostra analisi ai primi tre Paesi dell’area dell’Euro, possiamo approfondire meglio il tema. È vero che il 10% degli Italiani più ricchi (il decimo decile) detiene il 59,9% della ricchezza totale, una percentuale che, seppure inferiore a quella della Germania (60,5%), è superiore a quella della Francia (54,7%). Ma in Italia il 50% dei meno abbienti (bottom 50%) detiene il 7,4% della ricchezza, una cifra molto più alta della Francia (5%) e della Germania (2,5%). Sicché se vogliamo scoprire quante volte i ricchi sono più ricchi dei più poveri (cioè il decimo decile diviso il bottom 50%), in Italia troviamo il valore più basso, pari a circa 8 volte, rispetto alle 11 volte della Francia, alle 24 volte della Germania e alle già citate 27 volte degli USA. In altre parole, ammesso che la ricchezza sia un male, non esiste un “caso Italia” di esagerata concentrazione della ricchezza.

La Bce riporta altresì i valori di ricchezza pro capite del 50% dei più poveri in ogni Paese, con l’Italia che ha raggiunto il suo massimo storico nel secondo trimestre 2025, pari a 28.640 euro per abitante, davanti alla Francia (21.210 euro) e alla Germania (12.580). Inoltre, altro aspetto non trascurabile, il 50% degli italiani più poveri ha una quota di debiti sul totale del proprio patrimonio (26,9%) inferiore a quella del 50% della popolazione più povera di francesi (45,2%) e di tedeschi (48,4%). Insomma, in Francia e in Germania, non solo i più poveri sono meno ricchi che in Italia ma devono preoccuparsi anche del fatto di avere molti più debiti.


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