«Ti prego Davide vediamoci», «No ciao». Se lo sentiva Alessia che il fratello Davide Lionello, figlio del celebre attore e doppiatore Oreste, stesse molto male. Erano settimane che non voleva vedere la moglie e la figlia. «Quando ci diceva “non me la sento di vedervi” era un chiaro segnale del fatto che stesse malissimo», spiega Alessia a poche ore dalla morte del 52enne, travolto da un convoglio della metro A alla fermata Subaugusta, in direzione Battistini, la scorsa domenica. Le immagini delle videocamere interne alla stazione e le testimonianze dei presenti non sembrano lasciare dubbi sul fatto che si sia trattato di un gesto volontario. Ma i familiari della vittima, prima fra tutti la sorella, hanno più di un dubbio sul perché Davide, paziente psichiatrico della clinica Villa Mendicini, sia arrivato da solo nel posto in cui è morto.

Le telefonate della clinica ma lui era già morto

«Mi sono accorta io da un messaggio che mio fratello era peggiorato, possibile che nessuno della clinica se ne sia accorto e lo abbia fatto uscire da solo?», si chiede adesso la donna che nei giorni che hanno preceduto il gesto disperato ha tentato di contattare il centro di igiene mentale che seguiva il fratello senza mai avere risposta. Saranno ora le indagini a chiarire il perché Davide si trovasse da solo all’interno della metro A. «Alle 17 di domenica la clinica lo ha chiamato sul cellulare ma lui era già morto – racconta Alessia – Noi non sappiamo che permesso ha avuto Davide, secondo me si sono accorti che non c’era e hanno provato a chiamarlo. Mio fratello per due anni ha avuto permessi per uscire accompagnato una volta a settimana. Scattato il terzo anno non so più che tipo di permesso avesse, potrebbe essere cambiato e questo andrà accertato». Saranno le indagini a chiarire questo aspetto. Certo è che se Davide è sfuggito al controllo della clinica o se è stato lasciato libero di girare solo anche senza permessi, potrebbe esserci una responsabilità della struttura. Sono diversi gli aspetti che non danno pace ad Alessia: «Dicevo da anni che le cure che somministravano a mio fratello erano esagerate. Davide ormai da due anni era molto tranquillo. Ho combattuto diverse battaglie per fargli togliere un farmaco. Ci sono riuscita ma da quel momento non mi hanno più permesso di avere voce in capitolo, mi hanno trattata malissimo. Ma mio fratello lo andavo a trovare sempre».

La lite sulle cure

«Volevo solo il bene di Davide che ripeteva: “Sono depresso, sto male”. Per due anni lo hanno sottoposto allo stesso tipo di cure, io volevo che le riducessero per vedere in che equilibrio poteva essere – prosegue Alessia – per dare a Davide un possibilità. Gli facevano fare solo 15 minuti di sport e un corso di cucina una volta a settimana, per il resto lo facevano parlare della malattia e lui non ne poteva più». Adesso alla sorella che ha lottato per lui rimane solo il ricordo di quel fratello «dotato di una grande intelligenza» che aveva seguito fin da giovanissimo le orme del padre lavorando nel mondo del cinema – era un doppiatore, noto per aver doppiato personaggi come Charlie Custer in “Holly e Benji” e Chunk dei Gooniese – e la voglia di scoprire se e cosa abbia portato alla sua morte. Per questo non è escluso che nei prossimi giorni sporga denuncia.


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