di
Marco Bruna
La responsabile della Sicurezza interna americana ha raccontato la sua vita e la sua carriera politica nel memoir «No Going Back». Trumpiana di ferro, dopo i fatti di Minneapolis il suo incarico è traballante
Kristi Noem non aveva mai immaginato una carriera politica, Washington era un mondo troppo lontano da casa, il South Dakota di cui è poi diventata governatrice. I suoi modelli – ha scritto la responsabile della Sicurezza interna americana nel memoir «No Going Back» – non erano né Nancy Pelosi né Paul Ryan. «La mia fortuna è stata crescere con modelli migliori – i miei genitori, i miei fratelli, i miei vicini. Ad essere sinceri, avevo una grande passione per John Wayne».
Mentre la squadra di Donald Trump prendeva forma, abbiamo curiosato tra le biografie dei suoi «eletti». Kristi Noem è un caso sin dall’inizio del suo mandato alla guida dell’Homeland Security. Adesso, dopo la rimozione di Gregory Bovino dall’incarico di comandante del temutissimo Border Patrol, anche lei e il suo stretto consigliere Corey Lewandowski, che risultavano proprio tra i maggiori sostenitori di Bovino, rischiano di perdere il posto.
Trump ha tenuto infatti un incontro di due ore nello Studio ovale con lei, secondo fonti informate citate dal New York Times. Al colloquio hanno partecipato anche Lewandowski e diversi alti funzionari della Casa Bianca, tra cui la capo di gabinetto Susie Wiles, la portavoce Karoline Leavitt e il direttore delle comunicazioni Stephen Cheng. Da questa riunione Noem sarebbe uscita con le ossa rotte e il suo incarico traballerebbe.
Noem, 52 anni, è una fedelissima di Trump. Ad oggi è famosa soprattutto per ciò che ha rivelato nel memoir: di avere ucciso la sua cucciola Cricket, di 14 mesi, perché «troppo aggressiva».
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«Odiavo quel cane», scrive Noem, «era impossibile da addestrare», «pericolosa per chiunque le si avvicinasse», «del tutto inutile come cane da caccia». «A un certo punto», confessa la governatrice in «No Going Back», «ho capito che la dovevo abbattere». Prima provò a calmarla con un collare elettrico, poi a un certo punto la trascinò vicino a un cumulo di ghiaia e le sparò.
Leggere il memoir di Noem è un bagno di realtà per chi osserva gli Stati Uniti e cerca di capire un po’ di più di questo Paese nei mesi che seguono la rielezione di Trump e nei giorni in cui Minneapolis è piombata nell’abisso della violenza. Per capire gli Usa bisognerebbe leggere questo libro, figlio dell’America profonda.
«Dedico questo memoir alle persone del South Dakota», scrive Noem nell’introduzione, «non solo a quelli che mi hanno votata. Siamo persone orgogliose, viviamo al massimo, sappiamo che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Non accettiamo scuse qui. Qui una stretta di mano ha ancora un valore».
Il primo capitolo è ambientato nell’agosto 2020, durante le proteste del movimento Black Lives Matter. George Floyd era stato brutalmente ucciso pochi mesi prima, proprio a Minneapolis. Noem si trovava nella South Lawn della Casa Bianca, il cortile sud della residenza del presidente. «Una violenta protesta eruttò al grido di “No justice, no peace!”», scrive con toni allarmanti Noem. «Appena lasciata la Casa Bianca ci ritrovammo da soli. Se i manifestanti avessero fermato le nostre macchine saremmo rimasti intrappolati. Le strade erano piene di manifestanti violenti, agitatori che volevano distruggere l’America». Da questi eventi prende il titolo il libro: «L’America è molto meglio di quello che ha dovuto sopportare quella notte di scontri. There was no turning back. Non c’era ritorno. Tornare a tutto ciò significava vivere nell’inganno, nel sotterfugio, nella divisione».
«Non fatene un dramma»
Ai nostalgici della normalcy, della normalità, lo slogan della campagna del presidente Warren G. Harding durante le presidenziali del 1920, Noem risponde: «Non fatene un dramma!», come a dire che i vecchi tempi della politica americana sono finiti. Ora bisogna prepararsi a un nuovo corso nelle stanze di Washington. Il sottotitolo del libro è programmatico: Che cosa non va nella politica americana e come possiamo andare avanti.
Senza voler fare troppo spoiler, la parte più succosa del libro è dedicata all’infanzia di Noem: «Sono cresciuta in un ranch, dove non esistevano differenze tra i compiti dei maschi e quelli affidati alle femmine. Tutti dovevano lavorare duro, nessun veniva trattato in modo diverso. Eravamo una squadra. Nella mia terra le donne guidavano i camion, si occupavano dei silos, compravano e vendevano bestiame e attrezzi per coltivare la terra».
27 gennaio 2026 ( modifica il 27 gennaio 2026 | 15:14)
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