di
Giuliana Ferraino

Nella Carta firmata a Davos anche la clausola che permette al «Capo» di dissolvere il Board ogni due anni. E il nome di Gaza, presente nella risoluzione Onu che ha dato via libera al Board, è scomparso

Benvenuti nella «Trump Peace Spa»: lo statuto di un feudo privato travestito da Onu. Abbiamo letto la Carta (qui il testo in inglese) che istituisce il Consiglio della Pace (Board of Peace), presentata e firmata a Davos il 22 gennaio dal presidente americano Donald Trump e dai leader di altri 19 Stati presenti al Wef (un altro gruppo di Stati ha firmato a distanza). Quel documento non istituisce un organismo internazionale, ma una sorte di regno, di cui Trump si è autoproclamato monarca (lo statuto prevede anche il diritto a scegliere il sigillo). Tra successioni per via ereditaria, seggi permanenti in vendita a un miliardo di dollari e la clausola che permette al «Capo» di dissolvere il Board ogni due anni. E il nome di Gaza, presente nella risoluzione Onu che ha dato via libera al Board per la pacificazione del Medio Oriente, è totalmente scomparso.

La firma di Netanyahu

Il bluff si scopre subito, scorrendo i capitoli della Carta, articolo dopo articolo, pubblicata integralmente sul sito online del Times of Israel perché tra i firmatari della prima ora figura anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ma non era a Davos perché colpito da un ordine di cattura internazionale della Corte di Giustizia dell’Aja. Se l’architettura è politica, il Board of Peace assomiglia ben poco a una nuova organizzazione internazionale, come ci è stato venduto. Il documento sembra piuttosto l’atto costitutivo di una holding privata con ambizioni globali. Invece di una «Onu 2.0» più agile e pragmatica, perché le Nazioni Unite «non funzionano«, come sostiene Trump, la firma dà accesso a un club esclusivo dove le regole del diritto internazionale sono state riscritte a uso e consumo di un solo uomo.



















































La discrepanza con la risoluzione Onu

Il peccato originale è nell’oggetto sociale. Questo Board doveva essere la risposta alla risoluzione Onu per il dopoguerra a Gaza. Ma la Carta cancella la parola Gaza, che non compare nel testo. Mai citata. L’Articolo 1 consegna al Board un compito tanto generico quanto esteso: intervenire in «aree affette o minacciate da conflitto». Senza limiti geografici, questa «Onu parallela» si svincola da qualsiasi mandato locale per arrogarsi un diritto di ingerenza globale. Dimenticate la Striscia: con questo testo, il Board può decidere domani di occuparsi di Taiwan o dell’Ucraina, trasformandosi da missione di pace in strumento di proiezione di potenza privata, totalmente slegato dal Palazzo di Vetro.

La nomina ad personam e il controllo sulla successione

Mai, nella storia moderna, un trattato tra Stati aveva osato tanto. L’Articolo 3.2 non affida la presidenza alla carica istituzionale degli Stati Uniti, ma alla persona fisica: «Donald J. Trump servirà come Chairman inaugurale». È la privatizzazione del potere. Non è un ruolo, è un titolo nobiliare messo nero su bianco. A confermarlo è l’Articolo 3.3, che cancella ogni parvenza democratica: il successore non sarà eletto dagli Stati membri, ma «designato» dal Chairman stesso. Siamo oltre la presidenza a vita: siamo quasi alla successione dinastica. Chi siede in questo Consiglio non è un partner, ma  un suddito che accetta una linea di comando ereditaria.

Membership in base al censo

L’uguaglianza tra le nazioni? Un vecchio orpello del Novecento. Il Board of Peace introduce il suffragio censitario. L’Articolo 2.2 (c) spacca il mondo in due: i membri a tempo (il cui mandato scade ogni tre anni) e i padroni a pagamento. Il termine di scadenza non si applica agli Stati che versano «più di 1 miliardo di dollari in contanti» entro il primo anno, che comprano in questo modo il diritto a un seggio permanente. Ungheria e Bulgaria, uniche firmatarie Ue, hanno accettato di entrare in un sistema dove il peso specifico non è dato dalla storia o dal diritto, ma dal portafoglio.

Il potere unilaterale di scioglimento e il diritto di veto

Ma a ben guardare il sovrano Trump potrebbe rimangiarsi questo diritto pagato a caro prezzo, perché nell’Articolo 10.2 si evince che questa organizzazione potrebbe non durare per sempre. Anzi, è programmata per morire ogni due anni. La Carta prevede lo scioglimento automatico «alla fine di ogni anno dispari», a meno che il Chairman non decida, di sua volontà, di rinnovarla. È una spada di Damocle permanente. Trump ha il potere legale di dissolvere il Board of Peace ogni 24 mesi. Questo meccanismo (unito al veto assoluto previsto dall’Articolo 4.1) riduce gli Stati membri a comparse sotto ricatto: chi osa dissentire rischia di vedere l’intero giocattolo smontato dal proprietario.

 Insomma, più che un Consiglio per la Pace, a Davos è nata la «Trump International Peace & Co.», dove l’unico azionista con diritto di voto ha appena fissato il prezzo delle azioni per tutti gli altri. Non a caso, i grandi Paesi dell’Unione europea se ne sono tenuti lontani. E tra i membri Ue fondatori del Board figurano solo la Bulgaria e l’Ungheria di Viktor Orban.  

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27 gennaio 2026 ( modifica il 27 gennaio 2026 | 13:24)