di
Virginia Nesi

Il ruolo del primario, dei suoi collaboratori e dei frati. La storia è raccontata nella fiction «Morbo K. Chi salva una vita salva il mondo intero», da martedì 27 gennaio su Rai 1

Nessuna malattia salva la vita, tranne il morbo di K. L’idea di questa patologia, inventata dal medico ebreo Vittorio Emanuele Sacerdoti (1915-2005) e dal professor Giovanni Borromeo (1898-1961), risparmia a molte persone i rastrellamenti del 16 ottobre 1943 a Roma. Non esiste un conteggio definitivo degli uomini e delle donne che nel 1943 hanno evitato i campi di concentramento in Germania grazie al virus fittizio «contagiosissimo» raccontato nella miniserie Morbo K. Chi salva una vita salva il mondo intero, in onda stasera e domani su Rai1, in occasione del Giorno della Memoria.

La vera storia del morbo inventato 

Il 10 luglio 1943, gli Alleati sbarcano in Sicilia. Due settimane dopo, Benito Mussolini viene arrestato. Cade il regime fascista e il re Vittorio Emanuele III affida a Pietro Badoglio il compito di formare un nuovo governo. Dopo la resa senza condizioni dell’8 settembre, Roma passa sotto il controllo del tenente colonnello delle SS Herbert Kappler (1907-1978), responsabile del servizio di sicurezza. Alla fine di quello stesso mese, Kappler impone agli ebrei di consegnare 50 chili d’oro entro 24 ore, altrimenti centinaia di loro saranno deportati.

All’isola Tiberina, ci sono i frati dell’Ordine ospedaliero di san Giovanni di Dio Fatebenefratelli. Gestiscono loro l’ospedale. Amministra le comunicazioni il priore polacco fra’ Maurizio Bialek. È con Bialek che il primario Borromeo monta una radio ricetrasmittente negli scantinati del nosocomio per seguire l’aggiornamento delle notizie e i collegamenti con le forze alleate del Sud. È sempre Bialek che lo aiuterà poi a salvare i perseguitati ricoverati attraverso dei canali misteriosi



















































Chi era Borromeo

Dice al Corriere lo storico della Chiesa Pier Luigi Guiducci: «In quel contesto, una figura di rilievo diventa quella del professor Giovanni Borromeo. Anche attraverso di lui la Santa Sede viene informata dei drammi in corso. Il personale dell’ospedale sa che questo primario è profondamente ostile a ogni forma di violenza e di sopraffazione. Per lui, aiutare gli ebrei perseguitati è un dovere morale e sosterrà anche militari arrestati dai tedeschi. Raggiungerà persino il carcere di via Tasso per avvicinare un amico, il generale Roberto Lordi (1894-1944)».

Borromeo si definisce liberale cattolico. Ripete spesso una frase di Benedetto Croce: «Chi non è socialista a vent’anni forse non ha cuore, ma chi lo è ancora a 40 certo non ha cervello». Lo racconta suo figlio Pietro Borromeo (1937-2019) nel libro Il Giusto che inventò il morbo di K (Fermento, 2007): «Un progressista? Certamente sì. Un socialista? Certamente no. Considera Marx un nefasto imbecille e lo dice senza mezzi termini, lui, uomo di grande cultura umanistica e filosofica. Per il Comunismo ha la stessa invincibile avversione che ha per il Fascismo».

Il rastrellamento degli ebrei

Proprio nel nome del giuramento di Ippocrate, il primario del Fatebenefratelli nasconde insieme ai suoi medici e agli assistenti gli ebrei e i polacchi in fuga. Nell’ospedale viene allestita un’area apposita dietro il luogo dove si celebrano le messe. La zona è separata da una corsia attraverso una grande parete di vetro. In quelle quattro mura- reparto K – sopravvive chi fa finta di morire. 

All’alba del 16 ottobre, il comando di Kappler comincia il rastrellamento. Fuori dall’ospedale, 1022 ebrei vengono arrestati e rinchiusi nel collegio militare di via della Lungara. Dopo due giorni, salgono su un treno merci alla stazione di Roma Tiburtina e inizia la deportazione verso il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau. Nella capitale torneranno in 16. 

«La stessa comunità ebraica riconosce che a Roma a quell’epoca non c’era l’antisemitismo di popolo, ma l’antisemitismo di Stato. Ci sono stati salvataggi fatti da persone che neppure si conoscevano», precisa Anna Maria Casavola, ricercatrice al Museo storico della Liberazione di Roma. Nel reparto speciale, i finti malati devono simulare tosse, rigetti, dolori lancinanti. Sulle cartelle cliniche, ci sono solo nomi di fantasia e la stessa diagnosi: «Persone affette da morbo di K». K come l’iniziale di Kappler, quindi soggetti perseguitati da Kappler. Anche Sacerdoti è perseguitato. Fugge dall’ospedale civile di Ancona e, grazie a una segnalazione del suo primario al professor Borromeo, viene chiamato al Fatebenefratelli di Roma nel 1941 dove protegge e cura gli ebrei.

Il ruolo di Ossicini e dei frati

Il Fatebenefratelli diventa rifugio per l’allievo di Borromeo: Adriano Ossicini (1920-2019). In un biglietto datato 20 ottobre 1943, Ossicini scrive: «Caro prof. X domani sarebbero urgenti due letti x sindrome K. Adriano». I due letti sono per due ebrei nascosti in via temporanea nel dormitorio di Santa Maria in Cappella. Ossicini viene definito dalla Questura di Roma come un «sovversivo, latitante, responsabile dell’omonima banda armata»

Dal 1937 la polizia lo ferma quattro volte, si legge nei documenti riportati nel suo libro Un’isola sul Tevere. Il fascismo al di là del ponte (Editori Riuniti, 1999), ma Borromeo e la direzione dell’ospedale forniscono un lasciapassare affinché lo «studente di medicina» possa lavorare lì.

«Nessun ebreo contagiato per finta dal morbo di K si sarebbe salvato senza la complicità dei frati. La consegna del Vaticano era aiutare la comunità ebraica», assicura al Corriere fra’ Angel López che per 12 anni è stato superiore della comunità dell’isola Tiberina. Poi aggiunge: «Sull’isola Tiberina vivevano 40 frati, circa la metà lavoravano al Fatebenefratelli. Tutti sapevano che all’interno dell’ospedale esisteva un reparto speciale che proteggeva un gruppo di perseguitati. I frati prendevano le decisioni tutti insieme».

I blitz dei nazisti

La distanza tra il Fatebenefratelli dell’isola Tiberina e l’antico ghetto supera di poco i 200 metri. A poche settimane dal 16 ottobre, i nazisti (con un medico della Wehrmacht) fanno un blitz all’ospedale. Borromeo conosce il tedesco perché lo ha studiato da bambino. Sa cosa dire durante l’ispezione. I ricoverati sanno invece che non devono parlare. Il primario inventa sul momento: cause, esiti ed effetti del morbo di K

Una malattia irreversibile, estremamente contagiosa, che colpisce i nervi centrali del corpo e che richiede l’assoluto isolamento delle persone. Lì l’ufficiale medico tedesco dà ordine ai militari di non proseguire i controlli armati. «Papà mi dirà in seguito che, per fortuna, quel medico non era un genio. Ma questo è tipico della sua modestia: il genio era lui», scrive Pietro Borromeo.

Dopo la prima ispezione, il Fatebenefratelli ne riceve altre due. Il rischio di delatori rimane alto, sostiene Guiducci. Sia la farmacia, sia il pronto soccorso dell’isola hanno accesso libero, ma la solidarietà di civili, religiosi e sacerdoti rende possibile nascondere migliaia di ebrei

«Il convento francescano accolse moltissimi perseguitati. Tutti i poliziotti della”Fluviale” li protessero. Il loro comandante assicurò i tedeschi che sull’isola non c’era un solo ebreo. E non si può dimenticare l’azione dell’infermiera cattolica Dora Focaroli (1915-1994) che lavorò all’ospedale Israelitico dell’isola. Fu lei a inviare i malati meno gravi al Fatebenefratelli e quelli più gravi all’ospedale Littorio (attuale San Camillo, ndr). Nel frattempo, assisteva un gruppo di ebrei nascosto nella torre dell’ospedale Israelitico», aggiunge lo storico.

Borromeo si rifugia più volte in Vaticano quando viene a sapere di essere ricercato dai tedeschi. Lì stringe amicizia con Alcide De Gasperi di cui diventerà medico personale fino alla morte dell’ex presidente, nel 1954. Il primario riceve la Croce al Merito dell’Ordine di Malta e la Medaglia d’Argento al Valore. L’ultimo riconoscimento arriva postumo nel 2005: Giusto fra le Nazioni.

27 gennaio 2026 ( modifica il 27 gennaio 2026 | 17:25)