È il paradosso musettiano

(Gaia Piccardi, inviata a Melbourne) «Il migliore in campo oggi era lui: avrebbe dovuto vincere». Belzebù non abita più qui, nell’antro australiano dove ha conquistato dieci titoli Major sui 24 in carriera. Le fiamme si sono spente: dopo il rovente martedì a 45 gradi, su Melbourne adesso soffia un venticello fresco che spinge Lorenzo Musetti fino a due set di vantaggio su Novak Djokovic (6-4, 6-3), prima che sull’1-2 Serbia del terzo, sotto di un break, l’azzurro cominci a scuotere la testa.

Ha sentito il muscolo della coscia destra tirare sul colpo precedente, chiede il medical time out con le lacrime agli occhi: il fisioterapista del torneo lo massaggia a lungo all’inserzione tra coscia e anca, Lorenzo è pallido come se avesse visto un fantasma. Riprende a giocare, dall’angolo coach Perlas lo conforta («Continua a muoverti, resta caldo, punto su punto»), si ipotizza l’assunzione di un antidolorifico al cambio di campo successivo, ma Musetti ha già capito tutto. Non ce la fa, e senza consultarsi con il team si ritira sul 15-40: contro Djokovic era già successo a Parigi nel 2021.

«Oggi non sentivo la palla, ero sulla strada di casa quando Lorenzo si è infortunato. Mi dispiace, meritava lui ma sono cose che succedono. Cosa mi servirà in semifinale? Non lo so nemmeno io, a questo punto…» sorride amaro Belzebù, ancora vivo in questo Australian Open che non si rassegna mai al tempo che passa.

L’inizio, con Musetti tesissimo come nella finale di Hong Kong e il braccio da sciogliere, è favorevole al Djoker, che non è Fritz: viene avanti, controlla lo scambio però è falloso, tanto falloso. Uno smash sbagliato a campo vuoto, infatti, offre all’azzurro la palla break per rientrare subito nel match: è un dritto in rete del serbo ad accorciare le distanze (1-2). Poi, sull’onda dei 18 gratuiti di Djokovic, il set diventa terra di conquista azzurra. Break del 3-2 con lob e smash su un avversario lento (4-2), game tenuto a 15 (5-3), un gran dritto lungolinea per firmare il 6-4.

Il lavoro artigianale di taglio e cucito con cui Musetti esporta il suo pregiato made in Italy in Australia funziona, il servizio è molto migliorato: è la seconda (71% di punti nel primo parziale), spesso giocata in slice al centro, a scavare la differenza, mentre il timore reverenziale nei confronti dell’ex numero uno sembra finalmente evaporato.

Il Djoker è un venerando totem vecchio 39 anni conficcato nel terreno: la reattività è scarsa, la voglia di liberarsi in fretta dello scambio tanta, a costo di essere infilzato dai passanti di un Musetti ancora tonico e sano. Un game disastroso di Lorenzo pareggia il conto dei break in avvio di secondo set (1-1), ma è un peccato veniale: 2-1, 3-2, 5-3 Italia quando il beau geste del serbo (ammettere di aver toccato la palla sul delizioso passantino no-look del rivale, finito in corridoio) gli si ritorce contro. Con un dritto in lungolinea fotocopia di quello del primo set, Musetti si issa 6-3.

Sembra fatta. Il Djoker abbattuto e rassegnato si fa medicare il piede destro martoriato dalle vesciche, Musetti sembra pronto a spiccare il volo sulle ali di un talento liberato da fantasmi e autoboicottaggi. Ma il destino, ancora una volta, ci mette il dito. L’infortunio al terzo game costringe Lorenzo alla resa: sfuma il sogno della prima semifinale Slam in Australia, su quel veloce che non è esattamente il suo habitat, magari contro Sinner impegnato in serata con Shelton.

Tramonta anche la possibilità di salire al numero 3 del ranking da lunedì. Oltre il danno, la beffa: Djokovic supera Zverev quarto, che rimane davanti all’azzurro. Il paradosso musettiano, avere più tennis di tutti (insieme ad Alcaraz) nel braccio ma trovare tutto maledettamente complicato, si conferma un rebus — fin qui — insolubile.