Meta e YouTube dovranno rispondere alle accuse di ragazzi, famiglie e distretti scolastici in un procedimento legale che segue le stesse strategie adottate contro l’industria del tabacco negli anni ’90. Anche Snapchat aveva raggiunto un accordo con le vittime

K.G.M. oggi ha 19 anni. Quando ne aveva 8 si è iscritta a YouTube, poi a 9 ha creato un account su Instagram. Quello che allora si chiamava Musical.ly e che oggi è TikTok l’ha scoperto a 10. Infine a 11 è entrata anche su SnapChat. Poi ha passato la sua adolescenza a combattere ansia, depressione e svariati problemi di accettazione del suo corpo. Con lei, e con la sua storia di «tossicodipendenza» inizierà un enorme e lunghissimo procedimento legale che coinvolgerà circa 1.600 querelanti, più di 350 famiglia e 250 distretti scolastici. Tutti uniti per dimostrare che i social media creano dipendenza, che sono stati creati con meccanismi appositi per creare dipendenza e che hanno lavorato per evitare che i loro utenti avessero consapevolezza di ciò che stava loro accadendo. 

Oggi, 27 gennaio, nella Corte Superiore della Contea di Los Angeles ha inizio il primo di una serie di processi che vedono alla sbarra le principali società che distribuiscono social media: Meta (per Instagram e Facebook), Snap (per SnapChat) e Google (per YouTube) dovranno rispondere alle accuse sui danni che le loro piattaforme provocherebbero a bambini e adolescenti che ne fanno uso. 



















































TikTok ha appena deciso di tirarsene fuori, accettando di patteggiare così come avvea già fatto la scorsa settimana la Snap Inc, società madre di Snapchat, accettando di pagare una somma il cui mamontare non è stato divulgato.

Tra i danni dei social segnalati dall’accusa figurano depressione, autolesionismo, disturbi alimentari e in generale problemi di salute mentale. Davanti alla corte sfileranno ragazzi e ragazze che si sono resi conto di ciò che stava loro succedendo e vogliono ora giustizia: sono nove, in tutto, i casi che sono stati presi ad esempio in quanto evidenziano meglio gli effetti dei social. E che faranno scuola per tutte le altre cause legali simili. Poi, in un secondo momento ci si trasferirà nelle aule di Oakland davanti alla Corte Distrettuale della California del Nord. E sarà il turno delle famiglie e dei distretti scolastici, che racconteranno come hanno dovuto investire – a livello economico e a livello umano – per arginare i danni dati dall’uso dei social sui più giovani sotto la loro tutela. Una maxi operazione, una nuova strategia giuridica, che è stata definita «procedimento di coordinamento del consiglio giudiziario» e che ha l’obiettivo di mettere un punto su un dibattito che va avanti da anni senza davvero trovare soluzione.

Il New York Times spiega come la strategia messa in atto si sia ispirata a quella adottata negli anni ’90 per accusare l’industria del tabacco di nascondere le conseguenze negative sulla salute dell’uso delle sigarette e la dipendenza che il fumo generava. Allora erano quattro le società coiinvolte – Philip Morris, R.J. Reynolds, Brown & Williamson e Lorillard – e 46 gli stati americani dalla parte dell’accusa. Il processo si è concluso nel 1998 con un accordo di pagamento di 206 miliardi di dollari come risarcimento e con la decisione di sospendere il marketing sul fumo. Da lì in poi la percezione sociale delle sigarette è drasticamente cambiata. «Questo è il punto di partenza della nostra lotta contro i social media, dove la società stabilirà nuove aspettative e standard su come le aziende di social media possono trattare i nostri figli», ha spiegato Joseph VanZandt, uno dei principali avvocati che sta preparando il processo a Los Angeles.

Si parte dunque con il caso della ventenne californiana K.G.M. Con cui Snap ha già chiuso l’accordo. Il fondatore della società Evan Spiegel sarà probabilmente tra coloro che verranno chiamati a testimoniare, insieme agli altri Ceo delle Big Tech. In questo primo processo, che ci si aspetta duri tra le 6 e le 8 settimane, dovrebbe presentarsi davanti alla corte Mark Zuckerberg. E guardando alle prime reazioni, l’obiettivo è dimostrare come non vi sia nessuna prova scientifica che lo scrolling infinito, le raccomandazioni dell’algoritmo, le pressanti notifiche e i video che attirano l’attenzione in modo compulsivo possano portare a una «tossicodipendenza». YouTube prova a tirarsi fuori, spiegando che la sua piattaforma non può essere definita una social media e che sono già state inserite moltissime funzionalità per la sicurezza dei più giovani. Meta, invece, ha spiegato in un post sul suo blog come questo procedimento legale stia semplificando eccessivamente un problema più ampio: «I medici e i ricercatori ritengono che la salute mentale sia una questione profondamente complessa e sfaccettata e che le tendenze relative al benessere degli adolescenti non siano chiare né universali. Ridurre le sfide che gli adolescenti devono affrontare a un unico fattore significa ignorare la ricerca scientifica e i numerosi fattori di stress che influenzano i giovani di oggi», scrivono. 

E proprio a Meta – che allora si chiamava ancora Facebook – è scoppiato il primo scandalo che ha concentrato l’attenzione sulle conseguenze per i più piccoli dell’uso continuato dei social. Nel 2021 l’ex dipendente Frances Haugen decide di convidere col mondo dei documenti sensibili che la società non aveva nessuna intenzione di divulgare. E che raccontavano di come si stessero analizzando internamente i danni che Instagram creava alla psiche degli adolescenti. Trovando conferma, non è stato fatto nulla per modificare un algoritmo molto più problematico di quanto si pensasse. Da allora è stato cambiato il nome dell’azienda, sono nate nuove protezioni per gli adolescenti e si è dedicato molto tempo a dimostrare che sì, c’è attenzione sugli utenti più numerosi e più vulnerabili. Evidentemente, non è abbastanza. 

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27 gennaio 2026 ( modifica il 27 gennaio 2026 | 19:46)