di
Pierpaolo Lio
L’uomo, appartenente a una famiglia nota nell’ambiente della droga, non aveva mai fatto richiesta di permesso di soggiorno. Aveva scontato una pena per spaccio nel carcere di Cremona. Altre denunce nei mesi scorsi
La sua prima traccia italiana è già ad alto rischio. È l’agosto del 2016. E Abderrahim «Zack» Mansouri sta scappando da una pattuglia della Finanza. È a Chiaravalle, a poche centinaia di metri da quello che era l’originale «bosco della droga», e dall’altra parte del raccordo autostradale rispetto a dove l’altra sera il 28enne marocchino è morto, colpito da un proiettile sparato da un poliziotto.
Quel giorno Abderrahim scavalca una recinzione. Corre a perdifiato. Ma viene bloccato mentre cerca d’infilarsi in uno stabile. Lotta comunque per liberarsi dalla presa. E mentre scarica pugni e calci (saranno 12 i giorni di prognosi per un finanziere), prova a sfilare la pistola d’ordinanza dal cinturone di uno dei finanzieri.
Da allora, in un decennio accumula alias d’ogni tipo, e precedenti. Spaccio, rapina, resistenza, lesioni, ricettazione. Nel 2021 finisce in un’operazione antidroga della Polfer. All’epoca, dopo i primi interventi decisi delle forze dell’ordine, il «bosco» si era spostato lungo la ferrovia. Clienti e «cavallini» affollavano il «ponte spezzato» della vicina San Donato Milanese.
E lui, che si faceva chiamare Zuahir Whage, con data di nascita sfalsata di un giorno, e domicilio nel quartiere Vigentino, continuava a smerciare eroina. Si fa il carcere a Cremona fino a giugno 2023, quando viene affidato per un anno in prova ai servizi sociali. Lo scorso luglio, un nuovo controllato dalle parti di Rogoredo. Ha in tasca una richiesta di permesso di soggiorno spagnolo, su cui sono in corso verifiche. A settembre è denunciato per stupefacenti e ricettazione (ha con sé due cellulari rubati).
Per gli investigatori, Abderrahim era un «quadro» nella macchina dello spaccio del «bosco». E l’altra sera era lì forse per supervisionare, o per rifornire (aveva addosso hashish, coca ed eroina) il pusher arrestato alla baracca. L’ipotesi è che abbia affrontato i poliziotti — invece di scappare come succede ogni volta che le forze dell’ordine s’affacciano in zona — perché potrebbe averli scambiati per aggressori di un clan «rivale».
Fino a dieci anni fa, a quel primo arresto eseguito dalla guardia di finanza, l’allora 19enne era invece uno dei tanti «fantasmi» che gravitavano attorno al discount dell’eroina di Rogoredo, dove la «brutta», come la chiamano i pusher, si vende all’esercito di zombie anche in microdosi di meno di mezzo grammo a 5 e 10 euro. Ma quel cognome, da quelle parti, ti proietta nel management dello spaccio. Clan Mansouri. «Casa» a Oulad Fennane, paesino rurale nell’entroterra del Marocco. «Base» al quartiere Corvetto. E «azienda» tra la boscaglia di questo pezzo di Milano che vede sfrecciare i treni ad alta velocità.
Sentinelle, corrieri, spacciatori. Bassa manovalanza che vive in «ufficio», in baracche di fortuna tra le sterpaglie. Sono i «dipendenti» dello «Zio» Abdelhani, considerato il capo, che rifornisce giorno e notte clienti in arrivo da tutto il nord Italia. Eroina, hashish, marijuana, cocaina. C’hanno di tutto i Mansouri. A Rogoredo, a sud. Come al parco delle Groane, a nord. Gli incassi tornano in Marocco. Un tesoro che, in passato, ha fatto gola. Oltre dieci anni fa, rapinatori pugliesi fecero irruzione in una macelleria halal al Corvetto. Era la «cassaforte» dei Mansouri. Se ne andarono con 200mila euro già impacchettati per il viaggio verso «casa».
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28 gennaio 2026 ( modifica il 28 gennaio 2026 | 09:41)
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