Bum: e dentro quell’ordigno che al minuto 61 Joao Pedro infila all’incrocio dei pali, c’è la fine di un sogno. Il Napoli esce dalla Champions League portandosi appresso una serie di rimpianti giganteschi – l’Eintracht, Copenaghen – perché ripensandoci si è buttato via da solo, al di là dei tackle del destino che pure sono stati impietosi e hanno sottratto mezza squadra, pure di più. E smarrire il biglietto per il passaggio del turno nel faccia a faccia con il Chelsea ci può anche stare, ma è ciò che (non) è accaduto in precedenza che stordisce forse persino più del 2-3. Partita diabolicamente bella, vissuta sule montagne russe, tra fughe e agganci e sorpassi e poi contro-sorpassi, con retrogusto amarissimo. 

IL PRIMO COLPO Chelsea subito avanti su rigore (mani di Juan Jesus) segnato da Enzo Fernandez, nel tempio di Maradona, e per un argentino è un dono. Poi, ecco il Napoli, trascinato da Antonio Vergara, uno scugnizzo che si inventa l’inimmaginabile, con tanto di ruleta per fare l’1-1 tra Caicedo e Fofana. Sarebbe la nottata di Vergara, densa di incursioni e pure di una personalità quasi sfacciata, certo evidente, rassicurante almeno per il futuro. Ma bisogna restare avvinghiati alla serata, perché il Napoli sembra vivo, la rimette in piedi, scappa con Hojlund, inconsapevole che poi qualcosa pagherà. La ripresa sa di Chelsea in lungo e in largo, al Napoli rimane l’atteggiamento di controllo forse ispirato da una stanchezza di fondo ricorrente: Joao Pedro la mette dove Meret non arriverebbe mai per il 2-2 e poi la chiude definitivamente andandosene in contropiede e stracciando le illusioni dei primi 45′. Restano le cicatrici, per una Champions che sa di poco, anzi di niente, di rimorsi, di delusione. Fuori dalle ventiquattro sembrava improbabile potesse accadere: ma l’applauso del Maradona è tonificante, un balsamo per l’anima.