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Lorenzo Bloise, Red. Gianlucadimarzio.com

A 19 anni ha deciso di trascorrere 45 giorni sulla sella della sua bici per raggiungere il Portogallo: «Cosa dicono i miei genitori? Sono un figlio vagabondo, è difficile starmi dietro»

Una bicicletta, una tenda e qualche borsa con il necessario per poter sopravvivere. A 19 anni prendere una strada controcorrente non è mai scontato. Ludovico Muretti ha preferito la solitudine di un paesaggio europeo al caos di una discoteca. Usa i social per divulgare le sue esperienze, non per cercare di diventare famoso. Fa il cameriere in un hotel, ma vuole dare una svolta alla sua vita. Partito il 10 dicembre da Cermenate (città in provincia di Como) Ludovico ha trascorso 45 giorni sulla sella della sua bicicletta per raggiungere Lisbona. L’obiettivo? Raccontare senza filtri. Questo però è solo un «piccolo» riscaldamento di 2100 chilometri. Perché nei progetti di Ludovico c’è qualcosa di più grande.

Da dove nasce l’idea?
«Bisogna tornare un po’ indietro nel tempo. Quando ero più piccolo guardavo i video su YouTube di Mattia Miraglio, un travel blogger che ha fatto il giro del mondo in bicicletta. I suoi viaggi mi hanno folgorato e mi sono ripromesso che avrei voluto fare questo da grande. Voglio che diventi uno stile di vita. Faccio il cameriere, da adolescente ho mollato la scuola per lavorare come falegname. Ora voglio vivere di questo».



















































Come ci si prepara a un viaggio del genere?
«In realtà avevo già provato a fare una cosa simile lo scorso anno. Sono partito sempre da casa mia, da Cermenate, direzione Santa Maria di Leuca. Ero molto meno organizzato rispetto a questo. Non avevo una bicicletta professionale, l’ho praticamente distrutta. È stato un viaggio assurdo, ma almeno ho capito cosa non avrei più dovuto fare. L’attrezzattura per Lisbona è stata diversa: oltre a una bici migliore, avevo anche qualche borsa in più con me. Mi sono portato due telefoni: uno per le emergenze, l’altro per registrare i video».

Mamma e papà sono stati d’accordo con questa sua scelta?
«Diciamo che sono un figlio vagabondo, è difficile starmi dietro (ride ndr.). Ormai sono abituati, ma sicuramente mi hanno supportato. Anche sui social i follower non mi hanno mai fatto mancare il loro affetto: non me lo aspettavo».

Non ha mai pensato di mollare tutto per far ritorno in Italia?
«Mai. Questo non accadrà mai. Mi sono spaventato? Certo, quello sì. Era la vigilia di Natale…»

Cos’è successo?
«Ero in Francia: un contadino mi ha ospitato nel suo terreno privato. Stava piovendo molto e io ero nella tenda. Durante la notte l’acqua è entrata dappertutto: sono andato in ipotermia. Non avevo nemmeno la forza di alzarmi in piedi. Fortunatamente il giorno di Natale sono stato ospitato da un’altra famiglia e l’ho festeggiato insieme a loro. Capodanno, invece, l’ho trascorso a Barcellona insieme a qualche mio amico di Cermenate. Ma non ci eravamo messi d’accordo».

Ci vuole raccontare qualche aneddoto?
«In 45 giorni di viaggio non sono mai caduto dalla bici… tranne quando sono arrivato. Mi sembrava uno scherzo (ride ndr.). A Marsiglia ho dormito in un ostello insieme a un gruppo di persone che si è riunito di notte per leggere il Corano. Non avevo paura, ma ho provato una forte sensazione di disagio».

Gli algoritmi di Instagram sono stati fondamentali per farla conoscere sui social?
«Sì, ma quello non era il mio intento principale. Mi sono accorto di essere diventato virale grazie a uno dei primi video che ho registrato. Ero a Savona e ho voluto scherzare sul fatto che in realtà i liguri non hanno le braccia corte e non sono tirchi. In che modo? Ho preso un metro e ho misurato il braccio di una ragazza».

La gente intorno a lei è stata cordiale?
«Ovviamente c’è anche chi mi ha detto di no. Ma la maggior parte di loro hanno riconosciuto il motivo per cui ero lì. Hanno visto qualcosa di più grande di un semplice viaggio in bicicletta e mi hanno ospitato come se fossi loro figlio. Fare questo tipo di percorso in macchina o in moto non avrebbe avuto lo stesso effetto. Prima di tutto scelgo di partire per conoscere le persone e la loro cultura. Per me comunicare è fondamentale. Anche se non parlavo la loro lingua riuscivo a farmi capire».

Ma non si stanca a fare un viaggio da solo?
«Parlerei anche con i muri, ma di natura sono un solitario. Mi sento un nomade: questi viaggi li faccio da solo perché la solitudine mi fa scoprire chi sono davvero. Quando ti ritrovi da solo nelle situazioni peggiori maturi, perché sei tu che devi prendere una decisione per uscirne. Mi viene quasi l’angoscia a pensare di tornare a casa. Ma non voglio fermarmi qui…».

In che senso?
«Sto organizzando il mio viaggio del mondo. È un progetto enorme che sto studiando nei minimi particolari. Da qualche mese sto seguendo un piano vaccinale, poi ci sono dei cavilli burocratici da risolvere. Vorrei cercare di attraversare tutti i paesi, dall’Europa agli Stati Uniti. Poi il Sud America, l’Australia l’Asia, l’Africa. Insomma, c’è un piano ben preciso che vorrei seguire».

Ma qual è il suo vero obiettivo?
«Voglio creare un sistema gigantesco di divulgazione, come se fosse un programma televisivo ma trasportato sui social. L’amore che ho percepito in questi giorni è stato davvero incredibile: io non mi sto rendendo conto di quello che ho fatto, per me non è nulla di speciale. Sto comunicando una passione che ho sempre avuto, ma capisco che chi guarda da fuori pensa che sia una cosa fuori dal normale. Voglio raccontare le mie esperienze agli altri: la mia passione è nata così, spero di fare lo stesso per chi mi guarda da uno schermo. Voglio documentare il mondo dai social».

28 gennaio 2026