di
Gaia Piccardi, inviata a Melbourne
Ci si chiede come riuscirà Nole a presentarsi competitivo al cospetto di Jannik, che sulla rivalità con il vecchio fuoriclasse ha costruito il suo ascensore sociale, ma per l’azzurro «sarà un confronto tostissimo»
Belzebù non abita più qui, nell’inferno australiano dove ha infilzato con il forcone dieci dei 24 titoli major vinti in carriera. Le fiamme si sono spente anni fa: dal 2024 su Melbourne soffia un vento fresco che scende dall’Alto Adige e spazza via Ben Shelton, in semifinale sarebbe stato derby se Lorenzo Musetti dal mazzo non avesse ancora una volta estratto la carta dell’imprevisto. Aveva due set di vantaggio sul Djoker, quando un infortunio alla coscia destra l’ha indotto al ritiro, come già successo a Parigi nel 2021. Morale: domani torniamo alla casella di partenza, Sinner-Djokovic per l’undicesima volta e per la finale dell’Australian Open, qui dove il percorso del predestinato italiano, indirizzato dai successi alle Finals (girone) e in Davis, aveva svoltato verso l’eccellenza.
«Il successo in quattro set di Melbourne era stato un bel passo avanti per me — ricorda Jannik dopo la sfida a pallate con Shelton —, quel giorno qualcosa era cambiato». Ricevuto l’imprimatur dal migliore, Sinner avrebbe poi battuto in rimonta Medvedev, conquistando il primo di quattro titoli Slam. Ricominciamo da lì, dal confronto generazionale con il totem conficcato al centro del villaggio che accetta con pudore il regalo di Musetti («Non meritavo di passare il turno, il migliore in campo è stato Lorenzo») e poi si offende quando gli chiedono cosa si prova, a quasi 39 anni e con le fisiologiche limitazioni dell’età, a inseguire un ragazzo italiano che ne ha quindici di meno: «Io non inseguo nessuno, né Sinner né Alcaraz. Trovo la domanda irrispettosa: forse dimenticate che tra i Big Three e il tennis attuale corrono tre lustri durante i quali qualche Slam l’ho vinto». Non svegliate il Djoker che dorme. Con Musetti per due set è stato lento, falloso (32 errori gratuiti), inesorabilmente anziano. «Non sentivo la palla, ero con un piede fuori dal torneo quando Lorenzo si è fatto male. Mi dispiace, sono cose che succedono. Cosa mi servirà in semifinale? Non lo so nemmeno io, a questo punto…».
Le ultime due coppie rimaste in piedi in questo valzer meteoropatico, Sinner-Djokovic e Alcaraz-Zverev, rappresentano le prime quattro teste di serie. Il vincitore uscirà da questa rosa. Ci si chiede, con un giorno di riposo, come riuscirà Belzebù a presentarsi competitivo al cospetto di Jannik, che sulla rivalità con il vecchio fuoriclasse ha costruito il suo ascensore sociale per il ranking, ma l’ultimo tennista sulla terra di cui ci si può fidare è proprio l’uomo di Belgrado trasferito in Grecia per contrasti con il governo serbo del presidente Vucic, tenuto in piedi dal sogno indecente del 25° Slam — sarebbe record assoluto — nell’era dei giovani fenomeni, 46 anni in due.
«Non voglio mettermi nessuna pressione extra — ha detto a se stesso ieri ad alta voce Sinner —, però sarà un confronto tostissimo. Nole ha un enorme bagaglio di esperienza, sa come gestire ogni situazione: è l’atleta più professionale che conosco, quello a cui mi ispiro». Tanto da aver cominciato la sperimentazione, a tratti, di una dieta senza glutine («Sto già facendo delle prove»), che Jannik spera dia benefici in termini di efficienza, recupero e, in ultima analisi, crampi. La prestazione con Shelton, palla break nel primo game a parte, è stata brillante, di livello. «Mi sono sentito di nuovo bene». Il Djoker, ora, gli propone un esercizio logico nel luogo in cui Sinner è più disponibile ad accettarlo. «Se c’è un rivale che non sottovaluto è Novak». È a quel modello che si è conformato per diventare Sinner. È su quel servizio semplice ed efficiente che si è plasmato il nuovo mulinello di Alcaraz. Classe ’87, Djokovic è ancora un benchmark. Musetti, invece, un condizionale sull’aereo per casa. Sarebbe potuto essere, e non è stato.
29 gennaio 2026 ( modifica il 29 gennaio 2026 | 07:33)
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