di
Guido Olimpio

Le dichiarazioni dure da una parte e dall’altra. Le incertezze e le alternative possibili

La «meravigliosa Armada» americana – definizione di Donald Trump – è schierata in attesa dell’ordine di attaccare. Teheran risponde con un «siamo pronti». Dichiarazioni forti che nascondono molte incertezze. È relativamente facile iniziare un’operazione, difficile chiuderla se non hai una soluzione concreta. Allora si guarda alle alternative possibili.

Scenario Venezuela – Gli Usa varano una manovra lenta, con pressione diplomatica e magari azioni contro le petroliere. Solo in una seconda fase potrebbe scattare un colpo più pesante. Anche nei Caraibi c’era un’Armada ma sono passati mesi prima della cattura di Nicolas Maduro. È, però, evidente che le due crisi non sono comparabili. Intanto il Pentagono ha inviato la portaerei Lincoln e navi dotate di missili cruise, ha spostato caccia F 15 dall’Europa in Giordania, ha aumentato le batterie antimissile (e altre dovrebbero arrivare), ha trasferito con un ponte aereo nuovo materiale, ha in zona velivoli adatti per confondere elettronicamente le reti avversarie e i rifornitori necessari per assistere B 52 o B 2. Oltre 40 mila gli uomini a disposizione

Strike limitati – Il Pentagono prende di mira i comandi dei pasdaran o dei Basij, siti missilistici, centri di comando: un modo per punire i repressori. Incursioni ristrette. Ma gli iraniani hanno chiarito subito: per noi è un atto di escalation, replicheremo in modo massiccio e prolungato.

Offensiva ampia – Scatta una vera «campagna», prolungata, con il ricorso a missili da crociera e bombardieri strategici. Una strada complessa, costosa, che trascina gli Stati Uniti in una crisi piena di incognite. Con varie contro-indicazioni: 1) Gli alleati arabi si oppongono a qualsiasi iniziativa bellica ed hanno detto che non permetteranno l’uso delle loro basi, snodi fondamentali per lo sforzo logistico statunitense. 2) Una parte dell’elettorato MAGA non appoggia nuove avventure lontane dai confini nazionali. Per i seguaci del presidente il vero fronte è a Minneapolis.

Cambio di regime – La Casa Bianca vorrebbe un cambio di regime. Anche qui sono state formulate le variabili innescate da una spallata militare. Una transizione verso la piena democrazia, anche se non esiste un’opposizione organizzata e sono mille le anime della protesta. Una trasformazione del regime stesso, con figure «moderate» – concetto vago – al posto dei duri e puri. Un golpe, con la cacciata degli ayatollah. Svolte favorite dall’attuale debolezza della Repubblica islamica, da una nuova rivolta e dalla volontà di sopravvivere di una parte del Sistema. 

Molti analisti ribattono con una serie di argomenti, tutti validi. Non esistono costruzioni a tavolino. Difficile pensare che le persone scendano in piazza mentre «piovono» bombe e le autorità possono sfruttare il momento per usare metodi ancora più brutali. Per ora non sono state percepite fratture negli apparati, mullah e ufficiali fanno muro davanti al nemico esterno. Lo stesso segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato ieri al Congresso che nessuno conosce il «dopo»



















































Se, da un lato, c’è il desiderio di aiutare gli oppositori, dall’altro è evidente la paura del caos in un paese con spinte disgreganti. Non a caso la Turchia, molto impegnata nella mediazione, sta considerando la creazione di una zona cuscinetto ai confini.

Rappresaglie – Gli iraniani hanno i mezzi per scatenare una rappresaglia. In queste settimane sono state considerate le possibili mosse. Attacchi missilistici alle installazioni Usa nella regione, il blocco dello Stretto di Hormuz (usando mine), terrorismo, intervento delle milizie alleate (Libano, Iraq), ripresa delle imboscate al traffico in Mar Rosso da parte degli Houthi, coinvolgimento di Israele. Una ritorsione dove l’impatto reale conta fino ad un certo punto, azioni sufficienti però ad aumentare l’instabilità e a provocare danni economici.

Dialogo I due contendenti non hanno escluso la via del negoziato, resa però angusta dai rispettivi paletti. Gli Stati Uniti hanno posto tre condizioni: limitazioni all’arsenale missilistico (raggio d’azione, numeri); stop all’arricchimento dell’uranio e trasferimento del materiale stoccato; fine dell’assistenza ai movimenti amici. 

«Non trattiamo sotto minaccia», è stata la reazione di Teheran. Sembra difficile che la Repubblica islamica rinunci al proprio scudo: magari può cedere qualcosa sul rapporto con i miliziani. In questi giorni ci sono stati contatti attraverso i mediatori arabi, sforzi discreti e continui, tuttavia senza apparenti progressi. Secondo il New York Times il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha margini ristretti perché il regime avrebbe posto dei limiti e la linea è quella della resistenza.

29 gennaio 2026 ( modifica il 29 gennaio 2026 | 11:08)