Un colpo sparato da almeno venti metri mirando a una sagoma, una «reazione istantanea» alla vista di quella che sembrava un’arma e che poi si è rivelata essere una pistola a salve. Questa la versione data al sostituto procuratore Giovanni Tarzia dall’agente di polizia che nel pomeriggio di lunedì, in via Impastato a Milano, ha ucciso Abderrahim Mansouri, nato nel 1997, passaporto marocchino, permesso di soggiorno valido rilasciato in Spagna e precedenti per spaccio, resistenza e rapina.
IL POLIZIOTTO, 40 anni, indagato per omicidio volontario ma non sospeso dal servizio, lavora come assistente capo al commissariato Mecenate, in via Quintiliano, e viene descritto come un uomo «di grande esperienza», addirittura encomiato per le sue operazioni nel mondo dello spaccio della periferia milanese. Di sicuro, conosceva bene l’ambiente e il luogo dove è morto Mansouri: lì, per sua stessa ammissione davanti agli inquirenti, ha effettuato «circa quaranta arresti l’anno scorso e quest’anno quattro».
IL SUO INTERROGATORIO è avvento nei locali della questura di via Fatebenefratelli nella serata di lunedì ed è durato appena mezz’ora. Subito è venuto fuori che l’assistente capo non doveva trovarsi là.
DOPO aver fatto da solo un appostamento nei dintorni del distantissimo piazzale Corvetto, l’agente, intorno alle 17, è sulla sua Fiat Panda quando un collega dal commissariato gli dice che è in corso «un servizio» al boschetto di via Impastato, dove è attesa anche una volante. Ma, dirà poi, visto che «il servizio non stava dando esito», l’agente decide di andare anche lui. Parcheggiata la vettura, in fondo alla strada, trova i colleghi – due in divisa, quattro in borghese – insieme a un arrestato, presunto spacciatore. Poi, con un altro, va «a fare un giro» nel boschetto e, «essendo molto conosciuto in zona», si cala il cappuccio sulla testa.
NELLA PENOMBRA, tra le sterpaglie, si agitano almeno due figure: una fugge via, l’altra prima scappa e poi riappare all’improvviso. «Quando siamo arrivati a circa venti metri – ha fatto mettere a verbale l’agente – la persona si è fermata. Ci siamo qualificati dicendo “fermo polizia!” e lui ha tirato fuori dalla tasca un’arma puntandomela contro. Io che nel frattempo avevo aperto il giubbotto e fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo nella direzione del soggetto». E lo vede in faccia, il soggetto: il poliziotto ha riconosciuto Abderrahim Mansouri, che al commissariato tutti chiamavano con lo pseudonimo di Zack. Dopo il colpo, l’indagato si è avvicinato al corpo supino, e ha spostato l’arma, che era «a quindici centimetri dalla mano»: una Beretta 92 a salve, riproduzione della semiautomiatica d’ordinanza in uso alla polizia. «Ho sentito l’esigenza di allontanarla – ha detto l’agente al pm – perché la persona rantolava e la pistola era ancora nella sua disponibilità, ma non ricordo con esattezza». Dieci minuti dopo sono arrivati i soccorsi e, a seguire, le volanti, che hanno perquisito il giubbotto del 28enne, trovandoci dentro modeste quantità di sostanze stupefacenti: eroina, cocaina e hascish.
«MANSOUR era in grado di parlare?», è la domanda finale del pm. Risposta: «No. Non ha mai parlato». In coda, l’avvocato Pietro Porciani ha chiesto al suo assistito se in quel momento ha avuto paura. «Ho avuto molta paura. In tanti anni di servizio, in polizia, qualcosa ho visto e ho fatto, ma finché non capita uno non ci pensa. Ad esempio, in via Ariberto una volta siamo intervenuti verso persone che avevano fucili a pompa, ma questa è un’altra cosa…». Per la difesa, la morte di Mansouri è un caso di legittima difesa.
IL TESTIMONE diretto di quanto accaduto, in assenza di body cam, è uno solo: l’agente che aveva accompagnato l’indagato nel boschetto e che al momento dello sparo era almeno cinque metri dietro. E l’indagine è di quelle difficili: un po’ per il clima generale – il leader leghista Matteo Salvini e molti sindacati di categoria spingono molto sul fatto che l’agente non andava nemmeno iscritto nel registro degli indagati – e un po’ perché gli elementi a disposizione non sono poi moltissimi. Sul corpo di Mansouri è stata disposta l’autopsia, così come verranno fatti accertamenti sia sulla pistola che ha sparato sia sulla Beretta a salve. E si cercheranno altri testimoni tra le ombre del boschetto, oltre alle possibili immagini delle telecamere dei dintorni: ce ne sono a qualche centinaio di metri, vicino alla fermata della metropolitana di San Donato, ma non si sa cosa possano aver ripreso nel buio della sera.
IERI pomeriggio, intanto, incaricata dal fratello della vittima, l’avvocata Debora Piazza si è recata in procura per incontrare gli inquirenti. La famiglia di Mansouri vuole che sia «accertata tutta la verità, perché la versione dell’agente non convince affatto». Il caso non è chiuso. Forse è appena cominciato.