di
Salvo Fallica

Il fotografo Renato Zacchia, ritrattista di Nureyev come delle auto di lusso, torna dagli Usa per raccontare l’anima più profonda del culto per la patrona della sua città

(BdI n. 1.050) L’arte come universo che lega mondi diversi. Nel suggestivo scenario mistico e spirituale della Chiesa di San Francesco Borgia, un gioiello cultural-architettonico nel cuore di via Crociferi a Catania (che fa parte del patrimonio dell’Unesco), si può ammirare la mostra «Agatha e i suoi volti» del fotografo Renato Zacchia. Ritrattista di celebrità come Rudolf Nureyev e Richard Avedon, sul set con Michelangelo Antonioni per il documentario sulla Sicilia (1997), fotografo ufficiale della Ferrari e della Maserati e con una lunga collaborazione con i teatri d’opera di tutto il mondo

«Agatha e i suoi volti» è un omaggio al culto di Sant’Agata organizzato dal Parco archeologico e paesaggistico di Catania e della Valle dell’Aci della Regione Siciliana, diretto da Giuseppe D’Urso, realizzato con il patrocinio della Delegazione FAI Catania e del Comitato per la Festa di Sant’Agata e del Giubileo Agatino (1126 – 2026). Hanno partecipato all’inaugurazione della mostra – curata da Antonella Furian– Giuseppe D’Urso e gli storici dell’arte Giuseppina Radice e Gaetano Bongiovanni. Catanese, di formazione scenografo, Renato Zacchia è tornato nella sua città dopo decenni negli States con un progetto fotografico che celebra il rito e il culto della patrona Sant’Agata. L’artista spiega così la filosofia dell’operazione culturale: «Uno sguardo laico che ricerca il ‘sublime’ nel dettaglio e nell’intensità dello sguardo, elevando la devozione». Nella splendida chiesa-museo di San Francesco Borgia – che riunisce capolavori d’arte e arredi liturgici appartenuti ai frati della Compagnia di Gesù – vi sono oltre quaranta scatti in bianco e nero (43 stampe e 6 gigantografie) – frutto di un’indagine fotografica condotta da Zacchia nell’arco di cinque anni e di un coinvolgimento «immersivo» tra la folla e i riti di Sant’Agata. 



















































Un aspetto cruciale del lavoro artistico di Zacchia, oltre all’elemento della fusione di filosofia e religione, è la dimensione di racconto antropologico realizzato attraverso quella che gli studiosi di scienze umane definiscono come «osservazione partecipante». Tornano in mente grandi studiosi del calibro di Bronislaw Malinoswski Clifford Geertz (teorico e attuatore principe del metodo interpretativo in Antropologia). Per cogliere i «significati nativi» l’autore entra nella prospettiva interna del mondo raccontato, vi si immerge con una forma di sentire-pensare e riesce a cogliere le emozioni profonde, i messaggi cultural-sociali. Ne vien fuori una ricostruzione psico-sociale che potremmo definire di Intelligenza emotiva. E lo aiuta anche la tecnica utilizzata. «La decisione di utilizzare esclusivamente il bianco e nero – sottolinea Zacchia – nasce dall’esigenza di spogliare il rito dal folklore cromatico. L’obiettivo è concentrarsi sull’espressione pura dei volti e su una città che riflette l’adorazione persino nelle sue pietre. In questo racconto, l’immagine della Santa esce dai dipinti sacri per riflettersi sui muri e sulle architetture, trasfigurando lo spazio urbano in una dimensione sospesa e senza tempo». Nel cuore della scena, della sfera sociale che potremmo raffigurare come una dimensione di vita teatrale (citando il sociologo Erving Goffman), vi è il legame indissolubile tra l’uomo e il paesaggio architettonico. «Attraverso l’uso di ampi formati e gigantografie – evidenzia Zacchia – ho voluto che lo spettatore smettesse di essere solo un osservatore per diventare parte integrante del rito». 

In questo itinerario cultural-artistico e antropologico la mostra introduce una sezione che proietta la narrazione in una pura dimensione concettuale che rimanda alla metafisica, la spiritualità non rimane astratta ma permea la sfera del reale urbano e sociale. Attraverso la giustapposizione e un sapiente uso dell’effetto trompe-l’œil, Zacchia raffigura la devozione di Sant’Agata come un’energia che si manifesta al di fuori degli edifici religiosi, riflettendosi, nei giorni di festa, sull’intero tessuto urbano. Le opere esposte sono l’affermazione definitiva su una onnipresenza spirituale che pervade ogni angolo di strada e si specchia nell’architettura barocca della città. Si tratta di un viaggio culturale nell’arte e nella vita, nella storia e nella quotidianità, tramite la spiritualità e la filosofia, e nel contempo l’energia esistenziale concreta delle persone, delle espressioni dei lori volti. Volti che racchiudono religione, cultura e antropologia.

«Agatha e i suoi volti», fotografie di Renato Zacchia
Chiesa di San Francesco Borgia, via Crociferi, Catania
Fino all’8 febbraio

29 gennaio 2026 ( modifica il 29 gennaio 2026 | 14:34)