di
Ruggiero Corcella
L’uomo, 33 anni, con sindrome da distress respiratorio acuto è stato tenuto in vita senza polmoni grazie a un sistema artificiale, fino al trapianto bilaterale. Lo studio, pubblicato su Med Cell Press apre nuovi scenari, ma occorre ancora molta cautela
Gli esseri umani non possono vivere senza polmoni. È una verità elementare della fisiologia. Eppure un’équipe statunitense è riuscita a smentirla, almeno temporaneamente. Per 48 ore un uomo di 33 anni è rimasto in vita pur essendone completamente privo, in attesa di un trapianto bilaterale. L’intervento, descritto il 29 gennaio sulla rivista Med del gruppo Cell Press, è stato guidato da Ankit Bharat, chirurgo toracico della Northwestern University di Chicago, e rappresenta una potenziale svolta nel trattamento delle forme più estreme di insufficienza respiratoria acuta.
Un paziente allo stremo
Nella primavera del 2023, il giovane, residente in Missouri, era stato ricoverato d’urgenza al Northwestern Memorial Hospital e aveva avuto bisogno della circolazione extracorporea (ECMO), una tecnica salvavita che supporta le funzioni di cuore e polmoni in pazienti con insufficienza grave e acuta, refrattaria ai trattamenti convenzionali.
«Era gravemente malato. Il suo cuore si è fermato non appena è arrivato. Lo abbiamo dovuto rianimare», racconta Bharat. La diagnosi era di sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), una malattia potenzialmente mortale (è balzata agli onori delle cronache durante la pandemia Covid-19) perché le pareti dei capillari polmonari non funzionano bene e diventano permeabili, per cui si verifica un passaggio di liquido dai capillari agli alveoli polmonari. Innescata dall’influenza e aggravata da una polmonite batterica, la malattia aveva rapidamente compromesso anche cuore e reni. «Quando l’infezione è così grave che i polmoni si stanno sciogliendo, sono danneggiati in modo irreversibile. È in quel momento che i pazienti muoiono», spiega il chirurgo.
Togliere i polmoni per salvare la vita
L’unica possibilità di sopravvivenza era un doppio trapianto. Ma i polmoni infetti continuavano ad alimentare la sepsi e il corpo del paziente era troppo instabile per accettare nuovi organi. «Cuore e polmoni sono intrinsecamente collegati», osserva Bharat. «Quando non ci sono polmoni, come si fa a tenere in vita il paziente?». La risposta è stata radicale: rimuovere completamente i polmoni e sostituirne temporaneamente le funzioni con un sistema artificiale capace di ossigenare il sangue, eliminare l’anidride carbonica e garantire un flusso emodinamico adeguato. Una tecnologia complessa, ma non improvvisata, che ha permesso all’organismo di «riposare» e recuperare.
Il ponte verso il trapianto
Dopo la rimozione dei polmoni, le condizioni del paziente sono migliorate: la pressione si è stabilizzata, la funzione degli organi è ripresa e l’infezione si è attenuata. Due giorni dopo sono arrivati i polmoni da donatore e l’équipe ha potuto eseguire il trapianto bilaterale. A distanza di oltre due anni, l’uomo conduce una vita normale e respira bene. L’analisi molecolare dei polmoni asportati ha mostrato cicatrici diffuse e danni immunitari irreversibili. «Per la prima volta, biologicamente, stiamo fornendo una prova molecolare che alcuni pazienti avranno bisogno di un doppio trapianto di polmone, altrimenti non sopravviveranno», afferma Bharat.
L’esperienza italiana e la lezione del Covid
Questa visione non nasce nel vuoto. A ricordarlo è il professor Mario Nosotti, direttore della Struttura Complessa di Chirurgia toracica e Trapianti di polmone, Irccs Policlinico di Milano, e tra i massimi esperti italiani della disciplina. «Conosco bene Ankit Bharat, in collaborazione con colleghi di Vienna e della Florida pubblicammo su Lancet i primi trapianti polmonari in pazienti affetti da COVID-19. Alcuni ricorderanno che il primo trapianto nel mondo occidentale fu eseguito proprio a Milano». All’epoca fu «un vero salto nel buio», perché «l’infezione acuta e devastante dei polmoni era sempre stata considerata una controindicazione assoluta al trapianto». Quelle esperienze, però, dimostrarono che «si poteva osare ed avere buoni risultati». Secondo Nosotti, l’intervento di Chicago ha una logica chiara: «I polmoni sono infetti e trascinano l’intero organismo verso il baratro? Bene, togliamoli, lasciamo che l’organismo si riprenda e poi sostituiamoli con un trapianto».
Entusiasmi da frenare e indicazioni da definire
La tecnologia, sottolinea Nosotti, «esiste ed è consolidata da anni»: la circolazione extracorporea sostiene «centinaia, se non migliaia, di pazienti» ogni giorno nel mondo. Il nodo cruciale è un altro: «Il problema è dare la giusta indicazione al paziente giusto. In altre parole, una patologia sicuramente limitata ai polmoni in un paziente per altro completamente sano». Nosotti invita alla prudenza anche sulle affermazioni relative all’ARDS: «La grande competenza dei nostri rianimatori permette a molti pazienti di riprendere la loro vita normale dopo un evento drammatico come l’ARDS».
Ricorda inoltre che il trapianto comporta terapie immunosoppressive e controlli per tutta la vita: «Non c’è dubbio che respirare con i propri polmoni sia meglio che con quelli trapiantati. Non dobbiamo passare il messaggio che da domani tutti i pazienti con ARDS debbano essere trapiantati». La vera novità, conclude, «non sta tanto nel mantenere vivo un paziente per qualche giorno senza i polmoni, quanto nel concetto di togliere la sede dell’infezione, fare riprendere l’organismo e poi eseguire il trapianto». Una frontiera concettuale, più che tecnica, che apre nuove possibilità ma richiede criteri rigorosi e grande responsabilità.
29 gennaio 2026
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