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Micro e nanoplastiche: bere dalle bottiglie monouso aumenta il rischio di ingerirle? Il parere dell'esperto
SSalute

Micro e nanoplastiche: bere dalle bottiglie monouso aumenta il rischio di ingerirle? Il parere dell’esperto

  • 30 Gennaio 2026

di Alessia Calzolari

A rivelare il pericolo è uno studio canadese pubblicato di recente. Ecco la spiegazione del dottor Giorgio Donegani, tecnologo alimentare

Una ricerca del 2025 della Concordia University a Montreal, in Canada, ha analizzato oltre 141 studi scientifici già pubblicati per capire qual è l’impatto sulla salute umana del consumo di acqua in bottiglie di plastica. Il risultato? Chi le preferisce potrebbe ingerire fino a 90.000 particelle di micro e nanoplastiche in più di chi, invece, sceglie l’acqua del rubinetto. Abbiamo chiesto al dottor Giorgio Donegani, tecnologo alimentare, di spiegarci – senza allarmismi – come leggere i risultati dello studio e come applicarli nella vita di tutti i giorni. 

Cosa sono micro e nanoplastiche

Partiamo dalle basi: sono termini che sentiamo sempre più spesso, ma cosa sono micro e nanoplastiche? «Le microplastiche – spiega il dottor Donegani – sono delle particelle di plastica molto piccole, pezzetti sotto ai 5 millimetri e quindi, in alcuni casi, anche visibili. Le nanoplastiche, invece, sono estremamente più piccole: parliamo di micron, cioè millesimi di millimetri. Sono queste particelle quelle che destano più preoccupazione e interesse, perché potrebbero penetrare nei tessuti se assunte. Le microplastiche, invece, si fermano all’interno dell’intestino e vengono poi espulse». Sappiamo ormai bene che si trovano all’interno di acqua e cibo, ma addirittura anche nei ghiacci dei poli e che è molto facile entrarci in contatto e ingerirle. 

L’impatto sulla salute: cosa dice la scienza

Le microplastiche sono un problema in crescita dagli anni ’50. Nel tempo abbiamo affinato la capacità di individuarne la presenza e ad oggi abbiamo molti dati quantitativi sui quante microplastiche si potrebbero trovare in aria, acqua e alimenti. «Non abbiamo, però, evidenze solide sugli effetti che le microplastiche hanno sulla salute», specifica Donegani e aggiunge: «Da quello che sappiamo al momento siamo indotti a pensare che bisogna essere molto cauti soprattutto con l’ingestione di nanoplastiche». 

La prima obiezione: perché la scienza non lo studia? Semplicemente perché per giungere a dei risultati affidabili e scientificamente validi è necessario portare avanti ricerche molto lunghe nel tempo, che durano diversi anni. «Bisogna distinguere sempre tra “pericolo” e “rischio”: per fare un esempio possiamo dire che c’è il pericolo che mi cada un meteorite in testa, ma il rischio è minimo», ribadisce il tecnologo alimentare. «Bisognerebbe, inoltre, parlare dei rischi legati all’ingestione delle nanoplastiche, che sono ben più numerose, le ingeriamo anche solo respirando e sono le particelle su cui la scienza sta concentrando l’attenzione. Le microplastiche rappresentano un rischio per il microbiota intestinale». 



















































Perché le bottigliette di plastica rappresentano una potenziale fonte di micro e nanoplastiche

La ricerca canadese fa luce, in particolare, sulle bottiglie d’acqua usa e getta: «È vero che bevendo acqua in plastica si assumono più particelle di plastica. È dovuto, banalmente, all’abrasione: l’acqua nella bottiglia ne asporta dei pezzettini con i vari movimenti che fa, un po’ come le onde del mare che scavano gli scogli. Non vanno sottovalutati anche i tappi in plastica. Ogni volta che si aprono e si chiudono si esercita della pressione, che ancora una volta ne fa staccare dei frammenti. Questi sono anche due motivi per cui è meglio evitare di riutilizzare le bottiglie come se fossero delle borracce» spiega Donegani. 

Le alternative

Sebbene anche l’acqua del rubinetto contenga micro e nano plastiche è – da questo punto di vista – preferibile a quella in bottiglia. La legge è molto severa e, in Italia, è sempre potabile. Chi non ne ama il gusto può optare per l’acqua in bottiglia di vetro oppure filtrarla, con sistemi appositi che non abbiano filtri in plastica. «Dal punto di vista industriale bisogna agire sul “sistema plastica”: si ricicla solo il 6% circa della plastica prodotta. Parallelamente bisogna studiare packaging che siano veramente competitivi con la plastica per, ad esempio, costi, durata, sicurezza. Si sta, inoltre, lavorando su soluzioni che possano portare a degradare completamente la plastica già prodotta, come batteri o enzimi che se ne possano nutrire» aggiunge l’esperto. 

«Prima di concentrarsi sulle bottigliette di plastica e pensare che siano loro “il colpevole” è bene, però, ragionare sul proprio stile di vita a 360 gradi. La moda, soprattutto il fast fashion, immette moltissime particelle di plastica nell’ambiente e i taglieri di plastica che molti hanno in cucina sicuramente contaminano il cibo con dei frammenti a ogni taglio», conclude Donegani.

29 gennaio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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