«Mentre giravo “Cento Domeniche” mi sono detto: “Se riesco ad affrontare questo, avrò la forza per qualcosa di più difficile: un film comico”. La comicità è una delle cose più complesse e misteriose in assoluto». Antonio Albanese torna sul grande schermo in veste di regista, interprete e co-sceneggiatore di “Lavoreremo da grandi”, commedia dal 5 febbraio in sala in cui ha condiviso il set con Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero. La storia di tre amici e un susseguirsi di disavventure tragicomiche in una notte figlia di qualche bicchiere di troppo.
«Questo è il mio primo film corale, girato soprattutto di notte», spiega il regista. «Volevo raccontare un’umanità rassegnata, ma “punk” nella sua ingenuità. Persone che non ce l’hanno fatta, prive di talento, ma che vivono serenamente la loro amicizia. Lo trovo il mio film più trasgressivo perché abbraccia la tenerezza in un mondo che parla solo di obiettivi raggiunti».
Ambientato in un microcosmo immutabile che stride con lo splendore del lago d’Orta – «Una storia così in città si sarebbe dispersa» – il film ricorda il cinema di provincia di Carlo Mazzacurati. «Mi commuovo sempre parlando di lui. È stato il mio maestro, il primo film della mia vita l’ho fatto con Carlo.
Conosco bene quell’umanità operaia e la provincia mi appartiene», racconta Albanese.
«Mi piace raccontare la gente e in questo caso sentivo il bisogno di ricordare quell’atmosfera che vivevo nei film fatti con lui». Un titolo, “Lavoreremo da grandi”, che riflette l’Italia del precariato? «Ho trattato il lavoro in mille modi nella mia carriera. Per me è alla base di tutto, sono stato a lungo operaio», sottolinea Albanese, impegnato nella creazione di un nuovo personaggio: «Un quasi generale che vede quasi tutto». Ma, continua, «Qui c’è una speranza: anche se i personaggi sono degli sbandati, c’è l’idea che ci sarà tempo per realizzare le cose».
Ultimo aggiornamento: venerdì 30 gennaio 2026, 07:09
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