di
Lorenzo Cremonesi

A Kiev centinaia di palazzi senza riscaldamento, con temperature interne sotto gli 8 gradi. Gli aiuti dall’Europa e dall’Italia

KIEV – «Hai visto il meteo? Domani si scende a meno 25. Durerà per alcune settimane, di notte anche 30 sottozero. Prepariamoci alle bombe russe», ci si dava così il buongiorno ieri mattina presto a Kiev. E in serata i toni non erano poi molto cambiati, neppure dopo l’annuncio della «tregua nella guerra all’energia» arrivato dal presidente americano seguito dai ringraziamenti d’obbligo di Zelensky. 

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Qualcuno crede alle parole di Trump? Pochi tra gli ucraini. E alle promesse di Putin? Praticamente nessuno. La semplice realtà è che questo si sta dimostrando l’inverno più gelido non solo degli ultimi quattro anni di guerra aperta, ma anche del conflitto a bassa intensità avviato da Putin agli inizi del 2014 con l’invasione della Crimea e la guerriglia nel Donbass. 

Gli inverni scorsi anche i soldati al fronte sostenevano che tra le «sfortune» di Putin c’erano state non solo la volontà di resistenza degli ucraini, ma anche le temperature rimaste in generale al di sopra delle medie degli ultimi decenni. La popolazione era riuscita a fare fronte ai black out dell’energia grazie al fatto che raramente si era scesi sottozero, anche di notte. La gente di Bakhmut assediata e torturata era rimasta coi caloriferi spenti e senza luce per molte settimane senza grossi problemi.

Ma da inizio gennaio 2026 è tutta un’altra storia: prima forti nevicate ovunque, anche sulla strada per Odessa, a Leopoli, Sumy, Kharkiv, Kherson, seguite poi dal gelo. I droni kamikaze anti-uomo seguono le tracce dei soldati nelle nevi del Donbass, le trincee dall’alto sono ferite nere nel biancore facili da individuare e colpire anche nella nebbia. Le unità di prima linea hanno dovuto sostituire i teli mimetici marroni e verdi con quelli bianchi, ma nei depositi stanno esaurendo. 

Pure, lo stato maggiore della Difesa privilegia i soldati e i civili che stanno vicino alle zone dei combattimenti. Ne consegue che, mentre dopo ognuno dei quattro grandi raid di missili e droni che dai primi gennaio hanno colpito le infrastrutture della capitale e delle città principali anche dell’ovest la gente è rimasta al buio, priva di riscaldamento e senza acqua ai rubinetti, a Kramatorsk, Sloviansk e nei villaggi del Donbass i servizi essenziali sono stati sempre assicurati.

«L’intero Paese è al buio, ma abbiamo sempre fatto in modo che la poca energia a disposizione fosse indirizzata a chi combatte», ci dicono i portavoce del governo.

Il vero «home front» è dunque a Kiev, seguita da Kharkiv, la seconda città ucraina bombardata praticamente ogni giorno anche perché si trova soltanto a una trentina di chilometri dal confine russo. I trucchi per sopravvivere sono ormai noti: in casa si tengono addosso i capi pesanti, sempre, è impossibile recuperare calore in appartamenti dove la temperatura scende sotto gli otto gradi, quindi non va perduto.

Tanti si recano a leggere e scrivere nei bar dei grandi magazzini, ci sono studenti col portatile sulle panchine del metrò, i caffè riscaldati sono presi d’assalto. La municipalità di Kiev rende noto che ci sono 454 palazzi ancora senza riscaldamento: in molti casi le caldaie funzionano solo un paio d’ore al giorno e lo stesso vale per la corrente elettrica. In questa situazione diventano fondamentali i generatori. Il primo anno di guerra erano rarità costosissime. Oggi li hanno praticamente tutti i negozi, i locali pubblici, le aziende e moltissime abitazioni private.

L’Unione europea guida la catena degli aiuti e ha appena garantito 447 grandi generatori per un valore di 3,7 milioni di euro. Ieri dall’Italia sono arrivate 78 caldaie industriali, su 300 previste, nel contesto di un programma di Sostegno all’Energia del valore di 135 milioni di euro.

30 gennaio 2026 ( modifica il 30 gennaio 2026 | 08:44)