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Piripiripiripiripriripiripiripiripiripripiripiripripiripeunnn

SO FAR AWAYYYYYYYYY WE WAIT FOR THE DAYYYYY

Che meraviglia il power metal, signori.

Che vi piaccia o no, i Dragonforce sono stati il gruppo di cui non sapevamo di avere bisogno. La loro forza è stata esattamente quella di essere i Dragonforce, non un clone di mille altri. Dove poteva andare il genere, in stallo da anni, con i portavoce più eminenti in piena crisi di mezza età, se non ancora più in là con la tamarraggine?

Esagerati, velocissimi, parossistici, estremi. I primi due album, meravigliosi, portarono il successo ai Dragonforce, con quel mix perfetto di melodia e velocità, ma portarono anche tante critiche e dubbi sulla resa dal vivo di quelle canzoni così estreme e veloci, canzoni da videogioco che sembravano – simpatico ripensarci oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale che scrive musica dal nulla – scritte al computer.

Così, al terzo album, Herman Li decide di sbattere il suo asiatico membro sul tavolo della discussione, alzando il tiro ancora di più.

“Pensate che non sia capace di suonare dal vivo questa roba?

Tu, alla batteria. Come ti chiami? Quanti BPM hai? Portane ancora!

Voglio più fischi di chitarra!

Tu al microfono, alza la tonalità, non mi interessa come, fallo!” 

L’attenzione è canalizzata tutta lì, sul rendere ancora più estreme, veloci, esagerate le soluzioni dei primi due album. È una tirata unica, che non dà un attimo di respiro fino alla conclusiva Trail of Broken Tears, semiballad che finalmente abbassa il ritmo. Il confine tra divertimento e parodia è molto sottile, ma io mi prendo bene anche con Inhuman Rampage, nonostante Sonic Firestorm sia infinitamente migliore. Ecco, il difetto è che alla fine, con tutta questa esagerazione, si finisce per perdere il gusto sulle melodie e i ritornelli.

Il colpaccio comunque riesce, sappiamo tutti il come e il perché: Guitar Hero, il videogioco. Parlare di questo album significa necessariamente parlare di Through the Fire and Flames, la canzone più difficile della storia secondo due dentisti su tre.

Dopo essere stati inseriti nel gioco, i Dragonforce scavalcano le barriere del metal e vanno a prendersi un pubblico ancora vergine. Through Fire and Flames diventa un fenomeno di costume, su Youtube pullulano video di adolescenti cinesi abbattere ogni barriera motoria per completare la canzone nel gioco (perché ricordatevi che nel vostro lavoro potete essere bravi quanto volete, ma su Youtube ci sarà sempre un adolescente cinese che lo farà infinitamente meglio di voi facendovi sentire dei poveri inetti, anche se siete un chitarrista giapponese).

Deve essere stato qui che qualche scaltro manager dell’industria musicale ha capito che il legame tra musica metal e videogiochi poteva funzionare e fruttare parecchi soldini. Così, dopo vent’anni siamo arrivati al punto di vedere brufolosi nerdini coi capelli rosa, sessualità confusa e costumi gonfiabili da dinosauro ai concerti degli Alestorm, giudicate voi se sia un bene o un male, io mi astengo.

In ogni caso, a dispetto dei miei eminenti colleghi, continuo a pensare che avrei preferito ancora sentirli così, piuttosto che assistere alla loro normalizzazione successiva. Meglio essere odiati, che passare inosservati. (Alessandro Colombini)