di
Gian Guido Vecchi

Non c’è ancora una data definita perché gli interventi di ristrutturazione dell’appartamento, rimasto disabitato per dodici anni, sono stati più lunghi del previsto

CITTÀ DEL VATICANO Il tormentone dura da mesi, con relative analisi delle gru e degli operai al lavoro nell’ultimo piano e sul tetto del Palazzo Apostolico. Non c’è ancora una data definita ma nelle prossime settimane Leone XIV tornerà a vivere nell’Appartamento che il predecessore Francesco, appena eletto nel 2013, aveva scelto di non abitare per rimanere nella stessa Casa Santa Marta che aveva ospitato i cardinali durante il conclave.

Bergoglio non voleva restare da solo e Prevost, per certi versi, ha compiuto una scelta analoga – in linea con la spiritualità agostiniana dell’amicizia e della condivisione fraterna – facendo spostare la camera da letto al piano di sopra, nei cosiddetti «soffittoni», un piano con terrazza alto tre metri che sta sotto il tetto e già in passato ospitava le camere dei segretari che vivono col Papa. In sostanza si è divisa, per così dire, la zona giorno dalla zona notte, Prevost prenderà possesso dell’intero Appartamento e andrà a dormire, si spiega in Vaticano, in una stanza adiacente a quelle dei due segretari che si affaccia all’interno e non più nella vecchia stanza che confinava nello studio al terzo piano, riservato anche alla biblioteca e agli spazi di rappresentanza per accogliere gli ospiti. Alla cappella se ne aggiungerà un’altra, più piccola, al piano di sopra, vicina alla cucina.



















































I lavori di ristrutturazione sono durati a lungo e del resto Leone XIV non aveva fretta. Dall’elezione ha continuato a vivere nell’appartamento in cui viveva da cardinale nel Palazzo del Sant’Uffizio, un’abitazione che occupava da un paio di mesi e nella quale aveva appena finito di sistemare le sue cose, compresi gli attrezzi da palestra che porterà con sé: si parla di una stanza riservato agli esercizi anche nei «soffittoni». Francesco guardava con sospetto all’«Appartamento» per antonomasia, che definiva «un imbuto rovesciato»: nei giorni del processo Vatileaks, il maggiordomo che rubava i documenti riservati di Benedetto XVI era considerato una persona influente in Vaticano solo perché lavorava nella casa del Papa. Oltretevere il potere era misurato dalla possibilità di avere «accesso» al terzo piano del Palazzo apostolico. Il paradosso è che la stessa situazione ha poi finito col crearsi a Casa Santa Marta. L’Appartamento papale peraltro era un ambiente tutto sommato sobrio, soprattutto dopo gli adattamenti disposti da Giovanni XXIII e da Paolo VI. Ma è stato disabitato per dodici anni e, come ogni casa rimasta chiusa così a lungo, ha richiesto interventi di ristrutturazione radicali, dagli impianti ai bagni. 


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30 gennaio 2026 ( modifica il 30 gennaio 2026 | 12:47)