Ferrara Non è solo il voyeurismo dilagante indotto dagli schermi che scrolliamo notte e giorno ad accrescere i follower di Fabrizio Corona, ma anche il suo modo di porsi – o meglio di opporsi – sempre e comunque contro qualcuno. L’ex “re dei paparazzi” che si è fatto da solo tra mille asperità si batte di continuo; che si tratti di giustizia (ingiusta) o di abusi di potere (a sue spese), Corona non è l’uomo della folla, bensì per la folla, in un tripudio costante di narcisismo. A smontare la sua narrazione, a renderla più nitida e oggettiva, è lo sguardo dell’intellettuale ferrarese Enrico Dal Buono, che con un certo aplomb accompagna la serie appena inaugurata su Netflix, “Io sono notizia”, commentando e astraendo le gesta del famigerato fotografo.

Com’è cominciata tra lei e Corona?

«È stato un caso: stavo montando “Believe in this shit”, un documentario mio e di altri per il medesimo produttore, Bloom Media House, in cui sono la voce narrante. Parallelamente, la produzione mi ha proposto una parte simile nella serie su Corona, servendogli chi potesse dare un po’ di profondità al plot e lo inquadrasse più come fenomeno simbolico che cronachistico, come personaggio narrativo».

Perché risulta ancora tanto attrattivo per il pubblico italiano?

«È la conseguenza diretta di ciò che interpreta senza sosta. In primo luogo, condensa in sé una serie di caratteristiche che determinano la nostra società, dalle nevrosi alle alterazioni della personalità, dai tic alle manie. Senza tralasciare la sua spasmodica richiesta di attenzioni, il suo desiderio di popolarità e di denaro».

Costi quello che costi… è riuscito a inventarsi una figura quasi archetipica.

«Nel senso che l’archetipo a cui fa riferimento è quello di Davide contro Golia: fin dai tempi di Woodcock e dello scontro con la magistratura, Corona si è sempre raccontato come l’eroe solitario che combatte contro un mostro molto più grande di lui. Prima era lo Stato, ora è il sistema mediatico rappresentato da Mediaset».

Di sicuro, è un efficace narratore di se stesso…

«È un fautore dell’auto-fiction che negli ultimi anni va per la maggiore, ossia utilizza se stesso quale personaggio di una storia in cui realtà e finzione risultano complementari, dunque indistinguibili, cogliendo un nervo scoperto quanto inquietante del nostro tempo. Si pensi, ad esempio, alle immagini e ai video prodotti con l’intelligenza artificiale che abbondano sui social: è sempre più difficile capire dove finisca una e cominci l’altra. E insistendo su un aspetto prettamente tecnico, le ultime puntate del suo “Falsissimo” hanno raggiunto i dieci milioni di visualizzazioni: è palese che riesca a parlare alla gente in modo convincente, al di là di qualsiasi giudizio etico».

In che modo Corona canalizza lo scontro tra il nuovo modo di intendere la comunicazione e i vecchi format?

«“Falsissimo” esprime il massimo della disintermediazione, poiché pur non essendoci filtro alcuno tra lui e il suo pubblico, rivaleggia con le prime serate televisive delle principali reti italiane. Con YouTube e Netflix da un lato, e i canali Rai e Mediaset dall’altro, il suo approccio diventa l’emblema di un passaggio storico».

E lei cosa ne pensa?

«Se da un lato il pensiero che ci sia un accesso diretto e non filtrato alle informazioni trasmette un senso di liberazione, dall’altro è ovvio che così viene a mancare un suggello di autenticità e di verificabilità delle informazioni stesse. Tuttavia, ho l’impressione che nell’ultimo ventennio sia sfumata la fiducia in editori e garanti, negli intermediari che svolgevano quel ruolo in precedenza».

Quindi qual è la finalità del suo racconto?

«È evidente che non sia quella di salvare il mondo… tanto che la questione di fare del bene o del male attraverso le parole sia un aspetto assolutamente collaterale rispetto al suo obiettivo principale: il denaro. Corona, da sempre, si dimostra alla ricerca di un’attestazione di importanza da parte dell’altro da sé. E il denaro è il riconoscimento tangibile, la “prova provata” del valore che gli attribuiscono gli altri».