di
Alessandro Fulloni
L’incontro con il personale dei suoi locali, Le Constellation, Senso e Vieux Chalet. E il ruolo del «figlioccio» di Moretti. L’influenza sulle testimonianze
DAL NOSTRO INVIATO
CRANS-MONTANA (SVIZZERA) – È piuttosto vago, il Corso, quando nell’interrogatorio-fiume del 20 gennaio i pm gli chiedono se avesse avuto dei contatti con i suoi dipendenti dopo l’incendio. «No… in realtà sì. Ho incontrato Jean-Marc (il suo figlioccio, ndr). In seguito, ho avuto contatti telefonici, forse con altri, ma anche allora non ricordo. Ci è stato consigliato di non comunicare troppo con il mondo esterno o con i nostri ex employés, quindi ho cercato di evitarlo».
Ma la domanda punta dritta al centro di quello che qui in Svizzera chiamano il «rischio collusione», ovvero la possibilità che l’indagato ha di relazionarsi con altre persone che possono avere un ruolo-chiave nell’inchiesta. Nel caso di Moretti — che prima di essere arrestato ha avuto ben nove giorni per prepararsi al fuoco di fila delle domande degli inquirenti — è il contatto con la moglie Jessica, anche lei indagata. Ma anche con il personale, barman e camerieri, magari da intimidire — ovvio che questa è solo un’ipotesi — con una telefonata, un’occhiataccia, un WhatsApp, un «pizzino» inviato chissà come.
I dipendenti e e le telecamere ancora in funzione
A sorpresa, i magistrati domandano a Moretti se abbia organizzato un incontro con il personale dei suoi locali, Le Constellation, Senso e Vieux Chalet. Ecco la risposta, un’altra sul crinale dell’imbarazzo: «Per rispondervi, non ho organizzato un incontro con gli ex dipendenti. Si sono incontrati tra loro. Io non ho partecipato, né mia moglie. Lo so perché me l’hanno detto, e ci sono ancora telecamere nei locali».
Parole, queste ultime, dal senso sibillino: Jacques ha inteso dire che ha continuato a controllare il personale tramite i monitor? Difficile stabilirlo perché i pm non insistono sul punto e non chiariscono dove sia avvenuto l’incontro. Una fonte anonima dice al Corriere: «Si sapeva, il Corso aveva un occhio su tutto tramite la videosorveglianza».
Il rolo di Jean Marc, il figlioccio
Poi lo stesso Moretti rivela chi gli abbia fornito lo «spiffero». «I dipendenti avevano bisogno di stare insieme, anche di notte, per elaborare il loro dolore. Per rispondere alla vostra domanda, quando dico “noi”, è Jean-Marc che me l’ha detto. Credo che Jean-Marc trascorresse del tempo con gli altri dipendenti, anche di notte. Abita sopra il Vieux Chalet» con altri del gruppo. Jacques prosegue: «Mantengo ancora un rapporto con lui», «è uno di famiglia per me».
La riunione segreta
Prima che il Corso finisse in prigione per la condanna inflitta ad Annecy per sfruttamento della prostituzione, «Jean-Marc veniva a trovarmi, non tutti i giorni, ma regolarmente», «lui è il mio punto di riferimento al Vieux Chalet quando non ci sono. È i miei occhi, le mie orecchie». Un ruolo ambiguo, quello del «figlioccio»: vicino ai colleghi. E pure a le parrain, il padrino.
La «dritta» sulla riunione «carbonara» arriva ai pm da un’avvocata delle vittime, Nina Fournier. Che dettaglia ora, giorno, albergo: le 16 e 30 del 7, al Six Senses, a due passi dal Constellation. «Non sappiamo nulla del contenuto» delle conversazioni. «Queste persone, abbiano o meno partecipato all’incontro — chiarisce la legale in una lettera agli atti —, vivono tra la paura e l’angoscia» di essere tirate in ballo per responsabilità non loro.
Il ridchio collusione
Fosse confermata la «soffiata», per Fournier «è un’ulteriore prova delle misure dei Moretti per influenzare le testimonianze», con un rischio-collusione «evidente». Fatto sta che poi il Corso ammette di sapere che l’incontro c’è stato.
30 gennaio 2026
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