di
Candida Morvillo
La scrittrice: «Le chat delle mamme? Mi fanno soffrire. Il mio ex Trevi fa da zio a mia figlia»
Chiara Gamberale scrive stesa a pancia in giù, col computer sul materasso. Intorno, i giocattoli di sua figlia, fuori dalla finestra, un pezzo di Roma che le somiglia poco. Come la protagonista del suo ultimo romanzo (Dimmi di te, Einaudi), si è trasferita nel quartiere Trieste: «Ci vivono i miei genitori che possono aiutarmi con Vita, ma questo quartiere, comodissimo per chi ha bambini, è una metafora. Grava sul mio spirito ricordandomi quello che ho sempre rifiutato: conformismo, familismo amorale, l’impossibilità di un allineamento di testa, cuore e corpo. A volte, mi ci sento sola da morire, a tu per tu con cose che ho rifiutato fin da ragazzina».
Per esempio, quando si è sentita sola?
«Nella chat delle mamme, arriva il testo della recita di Natale e vedo scritto “combattiamo i problemi del mondo come il surriscaldamento globale, la miseria, la guerra, l’immigrazione”. Scrivo: “Che ne pensate del fatto che l’immigrazione sia fra i problemi del mondo?”. E una serie di mamme rispondono: “No, no, la recita è insindacabile”. E anche: “E quindi alcuni bambini dovrebbero avere le battute più corte?”. Di cose come questa, ho sofferto tanto da avere un’adolescenza autolesionista, come ho raccontato in Una vita sottile. Invece, mi ritrovo che, per crescere una figlia, non volendo assecondare la tentazione di fare “la famiglia nel bosco”, faccio i conti con una realtà che mi fa stare male fisicamente».
Fisicamente, addirittura?
«Io percepisco tanto gli esseri umani. Esco e mi arrivano addosso le facce, gli umori, la fatica delle persone. Se solo accompagno Vita a scuola, torno a casa inquinata».
Dopo la nascita di Vita, avuta nove anni fa con Gianluca Foglia, Direttore del Polo Contenuti di Feltrinelli, raccontava di un blocco creativo. Possiamo decretarlo superato?
«Mi è tornata l’energia per un romanzone che mi mancava dai tempi di Le luci nelle case degli altri. La creatività si nutre anche di bellezza e di ispirazione. Io adoro Vita ma ero abituata ad avere spazio e tempo per scrivere senza distrazioni. E per un po’ tutte le mie energie creative erano finite nella costruzione di questa famiglia così originale: siamo io e lei sempre insieme, suo padre vive a Milano, viene a trovarci ogni due settimane; il mio ex marito Emanuele Trevi fa lo zio. Inventarsi una famiglia fuori dal modello della coppia tradizionale e costruita sulla verità psicologica di ciascuno mi ha tolto tantissime energie. Ora che finalmente tutto funziona, sono pronta per un progetto grande».
Cosa può anticipare di questo «progetto grande»?
«È un romanzo corale, ambientato nel cortile di una scuola elementare: i veri protagonisti sono i genitori, i “bambini grandi”. Negli anni in cui mi sembrava di non scrivere, in realtà, ho osservato tantissimo e tutto quello che ho visto e vissuto è finito lì dentro».
Da «Una vita sottile» in poi, scritto a 19 anni, ha raccontato soprattutto sentimenti e relazioni. La scrittura «civile» è un falso mito?
«Se una donna scrive di sentimenti si dice che “fa la calzetta”, se lo fa un uomo “è coraggioso”. Io penso invece che parlare di relazioni, di famiglie, di come ci si ama o ci si lascia sia già un gesto politico. Il mio modo di fare scrittura civile è continuare a rivendicare, attraverso le storie, la libertà di scelta, la complessità, il diritto a forme di vita diverse».
Un libro esplicitamente politico però l’ha scritto.
«Una passione sinistra, che Feltrinelli ripubblica dal 10 febbraio, con una postfazione di Concita De Gregorio: è l’unica cosa comica che ho fatto e lo considero uno dei miei libri felici. È la storia di un’infedeltà fra un berlusconiano e una sostenitrice del Pd. Metteva in scena l’Italia che cambiava».
L’accademia che ha fondato, Creavità, è una forma di impegno civile o che altro?
«È nata da un’urgenza personale, dal bisogno di restituire qualcosa. Io ho avuto la fortuna enorme di trasformare una passione in una professione. A un certo punto, ho sentito che dovevo condividere quello che so fare, e io so come ci si può salvare, come un adolescente ferito può imparare a stare meglio. L’ho spiegato in tanti romanzi, in Per dieci minuti, in Dimmi di te. Nella vita, più dell’amore, più dei miei genitori o dei miei amici, mi ha salvata un’intuizione poetica. Creavità è uno spazio di salvezza, un modo per portarti vicino al cuore selvaggio della tua voce. L’ho pensata come una scuola dove gli adolescenti, attraverso scrittura, musica, arte e teatro, contattano le loro emozioni profonde. Era per gli adolescenti, ma iscritti zero: s’iscriveva tutta gente della mia età. Si chiamava “accademia di orientamento creativo per adolescenti” ed è diventata “per adolescenti di tutte le età”».
E perché secondo lei gli adolescenti non s’iscrivono?
«Ora, abbiamo quattro ventenni, stiamo migliorando. Forse temono che vogliamo pedagogizzarli. Ma quando io ero nella disperazione, e non uso questa parola a caso pensando alla mia adolescenza, mi ha salvato l’incontro con libri, persone e situazioni che mi dicevano non cosa fare, ma che quello che sentivo era autorizzato. Secondo me, oggi, gli adolescenti hanno una scappatoia potentissima, come molti adulti: il telefonino. Lo hai in mano proprio mentre il corpo esplode e l’altro ti fa paura. Scrivi e non chiedi mai: quando ci vediamo? Ma quello che ci fa crescere è superare, in nome del desiderio, la paura che ci fa l’altro. Mi preoccupa una generazione che si ferma prima del desiderio, perché sono persone che faranno un lavoro che non amano, sposeranno persone che non amano…».
Quali libri l’hanno salvata?
«Innanzitutto, l’Odissea. Ulisse è uno “slegato”, che ha bisogno di una casa ma è irresistibilmente attratto dal mare, dagli incontri, dall’altrove: è così che ho sempre percepito anche me stessa. Poi, Cime tempestose: non è una storia d’amore “morale”, ma per me è una verità sentimentale potentissima. E poi Clarice Lispector, soprattutto Vicino al cuore selvaggio, per l’idea che la scrittura serva a portarti al nucleo più autentico di te. Sono libri che ti fanno sentire autorizzata a essere complessa. Al Festival di Procida, che ho creato nel 2015, ritrovo ogni anno una comunità di lettori che vogliono usare la vita come una palestra per diventare se stessi».
«Mi è piaciuto Lo sbilico di Alcide Pierantozzi: è estremo, incandescente, racconta la pazzia senza filtri tra la lingua del malessere e quella della scrittura. Poi, sto leggendo il saggio di Massimo Recalcati, La legge del desiderio, e Farsi male di Vittorio Lingiardi, sul masochismo, e mi ha colpito Shy di Max Porter, che entra nel flusso mentale di un adolescente borderline».
Lei come e quando scrive?
«Stesa a pancia in giù, è sempre stato così. Il problema non è il come, ma il quando. Prima, potevo sparire per mesi, partivo per ispirarmi. L’altro giorno, pensando a un personaggio del mio nuovo libro, ho chiesto all’intelligenza artificiale una cosa che in realtà vale anche per me. Questa: “Perché nella mia vita non c’è più spazio per l’abbandono, per la vertigine: mi sono fatta vecchia?”. Mi ha risposto: “Quando una donna è madre e quasi padre, punto fermo per gli altri, certe parti di sé si mettono in pausa perché non c’è più spazio per nutrirle. Non hai smesso di sentire vertigini, hai smesso di poterti permettere vertigini. Questo non è vecchiaia è sacrificio”. Detto ciò, due volte l’anno, grazie ai miei genitori che stanno con Vita, vado via da sola, a Cetara, sulla costiera amalfitana. Cinque giorni davanti al mare. Lì imposto il romanzo, poi, torno a casa e sgrosso».
Che cosa le serve per scrivere bene?
«Non devo stare né troppo bene né troppo male. L’umore che non mi permette di essere creativa è la palude. “I romanzoni” li ho scritti quando avevo una certa serenità. Mentre altri libri, come la Zona cieca o il Grembo paterno, li ho scritti sull’orlo del precipizio, ma non dentro il precipizio».
Quando sarà scritto l’ultimo libro nella storia dell’umanità?
«Credo quando a qualcuno basterà la vita che fa. Quando non ci sarà più bisogno di inventarsi altre storie. Finché esiste qualcuno a cui la vita non basta, che sente l’istinto a cercare e a immaginare, i libri continueranno».
30 gennaio 2026
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