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Gaia Piccardi, inviata a Melbourne
Dopo cinque kappaò consecutivi contro Jannik, il Djoker si è ribellato a un destino che sembrava già scritto e ora va a caccia del 25° Slam
Ha perso facendo dodici punti in più dell’avversario (152 a 140), ma quell’avversario è Novak Djokovic. Belzebù strega il Tempo, l’Australian Open, il popolo del centrale e un certo Jannik Sinner, il campione in carica curvo e irriconoscibile sotto il peso delle due palle break convertite su 18 (8 nel quinto set, con il serbo 15-40 e 0-40). Alle due del mattino siede con la testa tra le mani, e nessunissima voglia di parlare: «Ho avuto molte chance, non le ho sapute sfruttare. Questo era uno Slam importante per me, perdere fa male. La considero una lezione per capire dove lavorare e per tornare più forte».
Finisce così, lasciando aperta l’idea di una partecipazione alla cerimonia d’inaugurazione di Milano-Cortina («Non lo so ancora»), il regno australiano di Sinner, che vincendo avrebbe completato un’altra tacca dell’avvicinamento al modello a cui si ispira, ma dopo cinque kappaò consecutivi il Djoker si è ribellato a un destino che sembrava già scritto e ha costruito il suo capolavoro tattico sulla pelle dell’italiano, sovrastato sulla moquette di casa: lo scambio da fondo. Eppure Jannik ha servito bene: 75% di prime palle, 80% di punti con la prima, 26 ace che rappresentano un record personale. Però Djokovic, con l’intelligenza dello scacchista di razza e una classe senza età, all’alba dei 39 anni ha fatto tutto un po’ meglio: si è preso i punti che contano di più e, incredibile a dirsi, è stato superiore negli scambi prolungati (28 punti a 21 sopra i nove palleggi), dimostrando che i due set ceduti a Musetti prima di essere graziato dal ritiro del toscano («Non sentivo bene la palla») erano una prova tecnica di (ennesima) resurrezione agonistica sulla strada dell’impresa che eleverebbe l’uomo di Belgrado lassù dove ci sono solo le nuvole, nemmeno Margaret Court Smith: conquistare lo Slam numero 25 di una carriera che, non da oggi, non teme confronti.
Djokovic: «Grazie Jannik per avermi fatto vincere»
«Ho ringraziato Jannik perché questa volta mi ha lasciato vincere» ha raccontato Djokovic con la barba lunga di un match durato oltre quattro ore e giocato su un campo che ancora conservava tra i polimeri l’elettricità delle corse di Alcaraz e Zverev. La resilienza del vecchio leone, disposto al sacrificio del dolore, ha fatto leva sul blocco mentale del giovane leone che ha lasciato disinnescate tutte quelle mine e in effetti, nel gioco di specchi, solo la matrice poteva trovare il codice per inceppare il numero primo che ne deriva. Dopo la doccia, Jannik si sveglia dall’incantesimo e ragiona: «Ho commesso degli errori, può succedere. A volte ho fatto scelte non giuste però era quello che mi sentivo di fare. Ho dato tutto quello che avevo, non è bastato: va bene così». Perdere non è reato, Sinner spenderà il volo di ritorno a Montecarlo e i prossimi giorni a capire perché è accaduto, e come fare in modo che non si ripeta.
S’interrompe un’imbattibilità lunga 20 incontri che durava da Shanghai, il luogo dei crampi con Griekspoor che si sono ripresentati qui a Melbourne contro Spizzirri, forse lasciando qualche tossina nella memoria muscolare di Sinner, che dopo aver battuto Shelton nei quarti ha detto di aver attraversato «48 ore interessanti», come alludendo a un virus da combattere (ne sono girati parecchi, nei corridoi di Melbourne Park, in questi giorni). Evapora il sogno del tris australiano, che con effetto domino travolge il pensiero indecente e inconfessabile del Grande Slam, quello vero realizzato per ultimo nel ’69 dal mitologico omino con i capelli rossi che dopo aver scritto la storia è in tribuna per applaudire quelli che vorrebbero scippargliela, Rod Laver.
Belzebù porta il suo fuoco in finale con Alcaraz, Sinner vede la riconquista della vetta del ranking più lontana e proietta la sua voglia di Slam su Parigi. Cercherà sulla terra quell’estasi che sul veloce è stata solo tormento.
31 gennaio 2026 ( modifica il 31 gennaio 2026 | 08:31)
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