di
Marco Galluzzo
Per la premier la riforma è costituzionale, non del governo, mentre nei comitati per il No vede solo bandiere e pochi argomenti
Giorgia Meloni ha un sondaggio sulla sua scrivania. Ogni tanto viene aggiornato, la domanda posta agli intervistati è semplice: «Siete d’accordo sul fatto che i magistrati che sbagliano siano responsabili degli errori commessi?».
La premier spesso rilegge e confronta i risultati, la quota di italiani che risponde in modo convinto di sì supera ampiamente l’80% e questo dato le conferma il buon senso di uno dei tratti della riforma della giustizia che il 22 marzo sarà sottoposta a referendum. L’istituzione di un’Alta corte disciplinare è nelle intenzioni del governo il tentativo di favorire un procedimento sanzionatorio più rigoroso che nel passato.
Le polemiche di queste ore e di questi giorni, compresa quella fra il ministro Nordio e i vertici della Cassazione, confermano però nella mente della presidente del Consiglio anche un altro dato. E ovvero che la sinistra, e una parte della magistratura, non riescono a contestare la riforma nel merito. E il tentativo di politicizzare il dibattito, per lei, è proprio una fuga dai dati di realtà.
«Cercano una mobilitazione contro il governo, contro Meloni, non contro la riforma», è uno dei leitmotiv che condivide con il suo staff. E questo, a suo giudizio, proprio perché scarseggiano gli argomenti concreti.
Ma ci sono anche altri dati che rafforzano la convinzione di Meloni di essere nel giusto. Non c’è solo il fatto di aver presentato questa riforma agli italiani nel programma elettorale. Fra i motivi di un moderato ottimismo c’è anche la convinzione che una larga fetta di elettori della sinistra, così come un’ampia parte della stessa magistratura, sia favorevole alla riforma, e pronta a votare sì a fine marzo. Meloni dice in privato di conoscerne parecchi, personalmente.
Se Nordio ha scomodato un termine come quello di blasfemia per bollare alcune critiche, Meloni resta a un livello metaforico inferiore, ma non meno duro: molte delle critiche e delle tesi dei comitati del No, che vengano dall’Anm o da altri esponenti, le definisce «spudorate e surreali bugie».
E c’è anche un appunto che la premier condivide con i suoi collaboratori: il nervosismo di molti attori che sono ai vertici di alcune correnti delle toghe dimostrerebbero una sola cosa, e ovvero che hanno tutti paura di perdere un potere corporativo. Del resto lo stesso sottosegretario Alfredo Mantovano, che la riforma ha seguito e accompagnato, passo dopo passo, non ha fatto mistero che l’obiettivo è quello di «aumentare il merito e diminuire il peso delle correnti» nelle carriere dei magistrati.
L’ultima convinzione di Meloni ha invece carattere istituzionale: la riforma è costituzionale, non è del governo, almeno così lei la sente, nel senso che migliorerebbe un sistema cruciale che è patrimonio di tutti, e i cui benefici resteranno anche quando lei non sarà più a Palazzo Chigi.
Un ragionamento che abbina al ricordo di aver condiviso e votato la riforma costituzionale del taglio dei parlamentari, attraverso una valutazione politica di merito e non di bandiere. Mentre nei comitati per il No vede solo bandiere e pochi argomenti.
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31 gennaio 2026
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