di
Luca Angelini
Instabilità geopolitica e tensioni istituzionali negli Stati Uniti riaccendono il dibattito sull’oro della Banca d’Italia custodito presso la Federal Reserve, la cui indipendenza è messa in discussione dall’amministrazione Trump
Agli inizi di gennaio, di fronte alla crescente turbolenza (eufemismo) nei rapporti fra gli Stati Uniti di Donald Trump e il resto del mondo, alleati inclusi, un lettore ci aveva scritto: «L’oro della Banca d’Italia (o del Popolo Italiano!…) è al sicuro nei forzieri della Federal Reserve?». Confessiamo che, sulle prime, la preoccupazione ci era sembrata eccessiva. In fondo, l’Italia non è l’unica a fidarsi del bunker super protetto di Fort Knox e del caveau della Fed a New York. Venerdì, però, Edward Luce, commentatore principe di cose americane per il Financial Times, nella sua newsletter Swamp Notes citava un articolo su Medium di Steven Strauss, per oltre un decennio visiting professor alla Princeton University, dal titolo piuttosto raggelante: «Se l’oro del vostro Paese è ancora nella Federal Reserve di New York, è ora di riportarlo a casa prima che Trump se ne impossessi».
Il presupposto delle banche centrali europee (ma anche asiatiche, africane e latino-americane) «era che gli Stati Uniti fossero un baluardo dello Stato di diritto, un luogo in cui i diritti di proprietà sarebbero stati rispettati e la stabilità finanziaria globale preservata». Ma, scrive Strauss, «questa supposizione non è più valida. Gli Stati Uniti stanno diventando sempre più una superpotenza canaglia e la situazione potrebbe peggiorare prima di migliorare». È vero che, a custodire tutto quell’oro, è la Federal Reserve, autonoma rispetto alla Casa Bianca. Autonoma sì, ma fino a quando? I recenti attacchi, anche giudiziari, indirizzati dall’amministrazione Trump prima contro Lisa Cook e poi contro Jerome Powell, segnalano che, come ha scritto Lucrezia Reichlin sul Corriere, «il problema non è più solo monetario. È costituzionale, nel senso più ampio del termine. Riguarda il modello di governance dello Stato americano e il confine — sempre più labile — tra potere politico e amministrazione».
Garanzia di fedeltà
Intendiamoci, ci sono ragioni storiche e pratiche che hanno portato l’oro della Banca d’Italia nei forzieri a stelle e strisce. Daniela Binello le ha ricordate qualche giorno fa su Notizie Geopolitiche: «L’Italia, con la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, dovette ricostruire da zero la propria economia e secondo gli accordi di Bretton Woods del 1944 dovette trasferire una parte delle riserve auree negli Usa per ottemperare a una strategia comune, finalizzata a limitare le crisi economiche globali. Contestualmente i tassi di cambio delle valute furono legati al valore del dollaro, che a sua volta era legato all’oro. Con la sconfitta l’Italia, che doveva affrontare la ricostruzione e la mancanza di cibo, aderendo al Piano Marshall dovette dare garanzie di fedeltà agli alleati occidentali, consegnando una grossa parte delle proprie riserve auree. Lo stesso fece la Germania, che trasferì un terzo delle sue riserve auree negli Stati Uniti, salvo rimpatriarne gran parte nel 2013, da Usa e Francia. Ancora oggi, però, la Banca d’Italia spiega che la scelta di diversificare geograficamente le riserve auree risponde a una strategia di minimizzazione dei rischi e degli oneri. In pratica, un quantitativo delle riserve viene custodito in prossimità delle principali piazze dove viene negoziato l’oro al fine di avere la possibilità, in caso di necessità, di poterlo vendere rapidamente e di minimizzare i costi legati al trasporto del metallo».
La stessa Binello ricordava però che un nutrito gruppo di economisti, storici e giornalisti (tra gli altri, Marco Vitale, Giovanni Dosi, Nicola Acocella, Pietro Terna e Luciano Canfora) ha firmato, l’estate scorsa, una lettera – pubblicata anche dal Fatto Quotidiano – nella quale, dopo aver ricordato che il 43% delle riserve auree di Bankitalia è fisicamente immagazzinato presso la Federal Reserve, sottolineavano che «gli accordi di Bretton Woods non sono più in vigore da oltre 50 anni e l’Italia è diventato un Paese adulto, maturo e sicuro. La necessità di trasferire l’oro in Italia è tanto più urgente considerando la grande incertezza che esiste nella sfera geoeconomica e geopolitica globale, anche tra nazioni amiche e alleate».
Anche in quella lettera si sottolineava che «attualmente l’indipendenza della Federal Reserve è sempre più contestata – a torto o a ragione – dall’amministrazione americana» e si aggiungeva, come altro possibile motivo di «tentazione» di un colpo di mano(lesta), il fatto che la «il prezzo dell’oro è salito rapidamente – tanto che è diventato il secondo strumento di riserva delle banche centrali dopo il dollaro, ma prima dell’euro – e il valore del dollaro è invece sempre più incerto».
L’iniziativa tedesca e le vecchie promesse di Fdi
Massimiliano Jattoni Dall’Asén ha, del resto, ricordato che anche in Germania il dibattito sulla questione è acceso e, in passato, si è andati anche oltre le parole: «Nel 2013, la Bundesbank aveva deciso di riportare in patria circa 674 tonnellate di oro da New York e Parigi, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da istituzioni estere. Questo trasferimento ha rappresentato un passo significativo verso la sicurezza economica nazionale, facendo salire la percentuale di riserve custodite in Germania al 50,51%. Tuttavia, la maggior parte delle riserve tedesche, circa il 37%, rimane ancora negli Stati Uniti. Oggi, a Berlino, l’idea di rimpatriare l’oro sta riscuotendo consensi in tutti gli schieramenti politici. Peter Gauweiler, ex deputato conservatore dell’Unione Cristiano-Sociale bavarese, ha sottolineato che “la Bundesbank non deve prendere scorciatoie quando si tratta di salvaguardare le riserve auree del Paese”».
Sia Jattoni Dall’Asén che il Post ricordavano, peraltro, che quella del rimpatrio dell’oro di Bankitalia (ora riclassificato «del popolo italiano» dopo un dibattito che l’economista Carlo Cottarelli ha giudicato di palese inutilità) era una vecchia battaglia di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia quando erano all’opposizione. «Mentre altre Nazioni riportano in Patria i loro lingotti d’oro dalle banche estere, per mettersi al riparo da eventuali crisi, la nostra mozione per rimpatriare l’oro italiano è stata bocciata. Ma il futuro Governo con FDI restituirà l’oro agli italiani!», twittava la non ancora premier nell’ottobre 2019. E, a maggio 2020, postando un manifesto con lo slogan «Riportiamo con urgenza a casa l’oro italiano», ribadiva: «Prezzo dell’oro ai massimi: come in ogni recessione globale si conferma bene di rifugio per eccellenza. Russia e Cina stanno accrescendo loro riserve. Germania, Austria e Olanda provvedono a rimpatriarle. Oggi più che mai occorre riportare a casa oro italiano custodito all’estero».
Tra prudenza e azione
In quei mesi, l’inquilino della Casa Bianca era Donald Trump, come adesso. A essere cambiato è l’inquilino di Palazzo Chigi, dove è approdata, appunto, Meloni. E le parole d’ordine sono cambiate. «Fratelli d’Italia – ricorda il Post – presentò diverse mozioni in parlamento per riportare l’oro in Italia, gran parte delle quali a firma di Giovanbattista Fazzolari, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e Fabio Rampelli, attuale vicepresidente della Camera. Ad aprile lo stesso Fazzolari ha detto al Foglio che ora non è più una priorità: “Dopo i dazi americani stiamo adottando una linea del negoziato, non abbiamo intenzione di gettare benzina sul fuoco. Quello dell’oro italiano all’estero è un tema importante, ma non può essere trattato adesso“». E Jattoni Dall’Asén aggiungeva che, interpellato dalla Stampa, il presidente della Commissione finanze, Marco Osnato, sempre di Fdi, ha risposto: «Il tema della collocazione geografica dei lingotti italiani non mi pare rilevante».
Strauss aggiunge altri motivi che, vista l’irascibilità di The Donald, consigliano di muoversi con prudenza: «Qualcuno potrebbe sostenere che il tentativo di spostare l’oro innescherebbe di per sé la confisca, e questo rappresenta un rischio concreto» (anche se, come visto, in passato altri Paesi hanno rimpatriato parte delle riserve auree, come loro diritto). Non muoversi del tutto, però, sarebbe a suo avviso ancora meno prudente: «La Federal Reserve è attualmente indipendente, anche se non è chiaro per quanto tempo ancora. Pertanto, prima avviene il rimpatrio, e con la massima discrezione, meglio è. Il rimpatrio delle riserve auree non è solo una decisione finanziaria: è una potente dichiarazione di sovranità. Il momento di agire è adesso. La finestra temporale utile si sta restringendo. Con la crescente imprevedibilità politica a Washington e la crescente vulnerabilità degli asset sovrani alle azioni unilaterali degli Stati Uniti, il rimpatrio delle riserve auree è diventato più che prudente: una necessità. Se l’oro del vostro Paese è ancora a New York, la decisione più responsabile è chiara: riportarlo a casa, e farlo ora».
Alleanza Atlantica a rischio
A voler essere ottimisti, si potrebbe obiettare che mettere le mani sull’oro delle banche centrali straniere sarebbe una mossa talmente controproducente per la credibilità internazionale degli Stati Uniti e per l’economia sia americana che globale che persino Trump, alla fine, si guarderebbe dal farlo. Non fosse che il presidente Usa è lo stesso che, come ha scritto oggi in un editoriale il Wall Street Journal (non certo pregiudizialmente ostile a Trump), con le sue minacce di prendersi la Groenlandia ha appena reso possibile che il sogno coltivato invano, per 75 anni e passa, dagli strateghi russi, diventi realtà: dividere gli Usa dall’Europa occidentale e rompere l’alleanza Nato. «L’amara ironia è che Cina e Russia potrebbero essere i maggiori vincitori, sebbene Trump giustifichi la sua necessità di avere la Groenlandia in nome della deterrenza verso entrambe».
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31 gennaio 2026 ( modifica il 31 gennaio 2026 | 10:54)
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