Agli Australian Open esplode il paradosso degli italiani: Musetti perde dopo aver umiliato il re, Sinner cresce ma si smarrisce quando la partita diventa eterna. In mezzo Djokovic, fuori dal tempo, e Alcaraz che resiste al dolore. Il ranking non mente, ma racconta solo una parte della storia.Il rimpianto che brucia: Musetti e il tennis che consuma

Il rammarico più profondo di Melbourne ha il volto elegante e stanco di Lorenzo Musetti. Perché non tutte le sconfitte sono uguali, e questa pesa come poche. Il carrarino aveva dominato Novak Djokovic. Non contenuto, non arginato: dominato. Due set di un tennis limpido, creativo, offensivo, in cui il serbo – per sua stessa ammissione – era stato messo alle corde.

Musetti ha giocato il tennis che tutti sognano, quello che non lascia appigli e non concede ritmo. Ma è anche il tennis che presenta il conto più salato. Quando il match si è allungato, quando lo scambio è diventato resistenza più che invenzione, il fisico ha rallentato e la mente ha dovuto negoziare. Djokovic, invece, non negozia: aspetta.

La sconfitta fa male proprio perché certifica una verità enorme: Musetti oggi può battere chiunque, anche i monumenti. Il problema non è il livello, ma la sostenibilità. E questa consapevolezza è insieme ferita e promessa.