ROVERETO. Dopo 17 anni all’estero è tornata in Italia come professoressa associata di ginecologia e ostetricia dell’università di Trento, assumendo anche l’incarico di primario del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Santa Maria del Carmine. Rosa Maria Laterza, 48 anni, di origini piemontesi, dal primo gennaio dirige l’unità operativa posta al settimo piano, condotta nell’ultimo anno dal facente funzioni dottor Pietro Dal Rì. Laureata in medicina e chirurgia a Pavia con specializzazione in ostetricia e ginecologia a Varese, nel 2009 Laterza si è trasferita in Germania dove per quattro anni è stata dirigente medico presso la prestigiosa clinica universitaria di Mainz, proseguendo poi per altri 13 anni alla clinica ginecologica dell’università di medicina di Vienna. Autrice di numerose pubblicazioni, vincitrice di premi scientifici e relatrice a congressi internazionali, Laterza ha ora scelto di proseguire la propria carriera professionale in Trentino.
Professoressa, cosa porta con sé di questa lunga esperienza all’estero?
«Fin dall’università ho desiderato fare un’esperienza all’estero, convinta che per un medico fosse fondamentale ampliare non solo le proprie prospettive professionali, ma anche quelle culturali, umane e relazionali. Confrontarsi con pazienti e colleghi di altre culture, con aspettative e modalità di comunicazione differenti, consente di immergersi in una realtà estremamente formativa. Si comprende che spesso in medicina non esiste una verità assoluta, si imparano nuovi strumenti e tecniche. Questa esperienza mi ha consentito di apprezzare ancora di più la qualità dei medici e dei chirurghi italiani».
Quindi l’approccio al paziente all’estero è diverso rispetto all’Italia?
«Sì, ho riscontrato spesso più distacco e minore empatia nella relazione medico-paziente. I sistemi sanitari austriaco e tedesco sono certamente efficienti dal punto di vista strutturale e organizzativo, ma rischiano di perdere di vista la centralità della persona, resa ancora più fragile dalla malattia. In Italia spesso ci si lamenta dell’inefficienza della sanità pubblica, dimenticando quanto il personale medico e infermieristico si dedichi ai pazienti».
Quali sono gli ambiti sui quali ora concentrerà il suo lavoro?
«Negli anni all’estero il mio interesse scientifico si è concentrato principalmente sullo studio delle patologie del pavimento pelvico, come il prolasso degli organi pelvici e l’incontinenza urinaria femminile, in particolare nelle pazienti affette da patologie oncologiche ginecologiche. Negli ultimi anni mi sono appassionata all’ecografia del pavimento pelvico e all’ecografia ginecologica oncologica. Intendo proseguire e ampliare questi ambiti».
A che punto siamo con l’implementazione dell’intelligenza artificiale?
«Gli sviluppi tecnologici degli ultimi anni sono impressionanti e le potenzialità enormi, anche in ambito oncologico. L’ecografia ginecologica di secondo livello, per esempio, se eseguita da personale qualificato e con adeguate apparecchiature, può fornire informazioni paragonabili a quelle di una tomografia computerizzata o di una risonanza magnetica. Il futuro non è così lontano ed è dovere dei medici universitari consolidare le evidenze su dati scientifici robusti per un uso critico e consapevole di queste tecnologie e per evitare applicazioni guidate da interessi economici».
L’età della prima maternità è sempre più alta e il calo delle nascite è ormai un trend consolidato. Cosa direbbe oggi alle giovani donne?
«La mia generazione era concentrata soprattutto sulle ambizioni professionali e quindi sulla contraccezione, con il conseguente calo attuale della natalità. Oggi le nuove generazioni devono acquisire consapevolezza riguardo alla fertilità che nella donna si riduce progressivamente con l’età. Come ginecologa, considerando l’aspetto puramente biologico, consiglio di cercare una gravidanza prima possibile, tra i 20 e i 30 anni. Tuttavia, quando mancano le condizioni, la procreazione medicalmente assistita offre strumenti utili per posticiparla».
Si parla sempre più di congelamento degli ovociti. Qual è il suo punto di vista?
«Sono favorevole, rappresenta una possibilità concreta di posticipare una gravidanza. È una risorsa fondamentale per le pazienti oncologiche giovani o per chi sta andando incontro a menopausa precoce. Tuttavia è importante non dimenticare che con l’età i rischi di una gravidanza aumentano, soprattutto dopo i 45 anni. I limiti biologici non dovrebbero essere forzati all’estremo, perché gravidanze oltre i 50 anni, oltre a essere più rischiose, sollevano questioni etiche».
Un altro tema etico è la donazione dei gameti. Cosa ne pensa?
«Spesso le gravidanze oltre i 40 anni vengono ottenute attraverso la donazione di gameti. È una legittima possibilità per soddisfare il desiderio di genitorialità, purché vi sia piena consapevolezza. È dovere del medico spiegare chiaramente che il patrimonio genetico del nascituro appartiene a un’altra donna o a un’altra coppia. Se disponiamo di dati scientifici solidi sull’elevato tasso di successo dell’ovodonazione in termini di gravidanza, abbiamo invece pochissime informazioni sullo sviluppo psico-fisico sul lungo periodo dei bambini nati da donazione di gameti».
Quali sono oggi le patologie ginecologiche più diffuse e quali i suoi consigli alle pazienti?
«Oggi il cancro spaventa meno, sia per la sopravvivenza sia per la migliore tollerabilità delle cure. Gli interventi chirurgici sono sempre meno invasivi. Molte donne sottoposte a chemioterapia riescono a condurre una vita pressoché normale. È però fondamentale la partecipazione delle pazienti ai programmi di prevenzione e diagnosi precoce: controlli ginecologici regolari, Pap test o Hpv-Dna test, ecografia mammaria o mammografia in base all’età, al quadro clinico e alla familiarità».
È vero che l’età di insorgenza di alcune patologie si è abbassata?
«Sì, per esempio l’età di insorgenza del tumore al seno, probabilmente anche per l’aumento del sovrappeso giovanile e per l’aumento dell’esposizione alimentare a composti con attività estrogenica. La consulenza genetica familiare è uno strumento essenziale. Un’altra pietra miliare della prevenzione primaria del tumore della cervice uterina è la diffusione del vaccino contro il papilloma virus».
E tra i giovani, quanto è diffusa oggi la cultura della prevenzione?
«Si osserva un aumento delle malattie sessualmente trasmesse perché le abitudini sessuali tra i giovani sono cambiate. L’età del primo rapporto si è abbassata, il numero dei partner è aumentato e si osserva una maggiore promiscuità. Parallelamente, la promozione dell’uso del preservativo non è più così diffusa come negli anni Novanta. Le infezioni sessualmente trasmesse non solo possono causare patologie acute anche gravi, ma possono compromettere in modo serio e definitivo la fertilità femminile».