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Gaia Piccardi, inviata a Melbourne
Di fronte al capobranco tornato dominante, anche Jannik Sinner ha fatto un passo indietro e chissà che anche Alcaraz non si debba arrendere al vecchio campione
La leggenda narra che quando a dieci anni Novak Djokovic incontrò un lupo in un bosco, a cambiare strada fu il lupo. Di fronte al capobranco tornato dominante, anche Jannik Sinner ha fatto un passo indietro: in una semifinale piena di rimpianti, ancora una volta piegato dall’intensità di un match sopra le quattro ore di durata, il campione in carica ha ceduto il passo al vecchio fuoriclasse in trance agonistica, inebriato dall’orgoglio, dal tifo e dal profumo della madre di tutte le imprese. Affondare i denti, domenica contro Alcaraz, nella panna (vegana) della venticinquesima torta Slam, per tornare – il tempo di un pomeriggio – ragazzino.
Diventato uomo, l’ex ragazzino incoraggiato dalla maestra Jelena Gencic a giocare a tennis in montagna, sul campetto di fronte alla pizzeria di Srdan e Djiana Djokovic nella località di Kopaonik, sul massiccio più grande della Serbia, ha dovuto liberarsi dal peso dell’eroe nazionale per fare spazio dentro se stesso e riscoprire la voglia di battere la nuova generazione di predestinati: Jannik in cinque set che valgono un testamento di tecnica e tattica, Carlitos in finale, chissà. Il trasloco in Grecia con tutta la famiglia, conseguenza del deterioramento del rapporto un tempo eccellente con il presidente serbo Alexandar Vucic, che nel gennaio 2022 aveva minacciato la crisi diplomatica con l’Australia per l’arresto del campione a causa di irregolarità del visto d’ingresso da non vaccinato contro il Covid, non ha incrinato la popolarità del Djoker a Belgrado e dintorni. Ma Novak ha ritenuto improcrastinabile il trasloco a Glyfada, sulla costa dell’Egeo a sud di Atene, dove ha iscritto i figli Stefan e Tara a un prestigioso collegio inglese e ha trapiantato il torneo Atp di categoria 250 che possiede la sua famiglia, e che fino al 2024 era stato disputato a Belgrado, casa.
Nulla succede per caso nel mondo ipercontrollato (dall’alimentazione alle strategie del recupero dalla fatica) del tennista che in occasione del titolo 2012 dell’Australian Open si gratificò con un quadratino di cioccolato fondente, il comfort food che aveva immolato per due anni alla disciplina del super professionista del tennis.
Sport, politica e portafoglio indirizzano dal sempre la navigazione del Djoker. E’ stata la svolta autoritaria di Vukic dopo l’elezione del 2017, culminata con i moti studenteschi di piazza dell’anno scorso, ad allontanare Novak da Belgrado, nonostante ne condividesse in pieno gli slanci nazionalisti e le idee di (estrema) destra. «Voglio che i miei figli crescano nell’ambiente migliore – ha spiegato senza entrare nei dettagli -, tengo molto alla loro salute psicologica». Perfettamente coerente con i valori di chi crede nell’energia delle persone, dell’acqua e del cibo. Djokovic non riparte mai da Melbourne senza aver abbracciato un albero secolare nel giardino pubblico della città, una presenza che considera «saggia e amica».
Della sfida con Alcaraz per l’undicesimo titolo dell’Australian Open, d’altronde, dice: «Quando il corpo cede, quando non sento più le gambe, in quel momenti mi affido al destino e prego per un intervento divino. E’ successo tante volte nella mia carriera».
Perché a quasi 39 anni Djokovic continua a infilarsi mutandoni neri e pedalini bianchi per azzuffarsi con predestinati di quindici (o più) anni più giovani di lui? Chi glielo fa fare? Un patto con il Tempo, forse. Quel braccio di ferro nel quale è impegnato per dimostrare che ha ragione lui, Novak, e che Chronos si sbaglia, non ci ha capito niente. Il fuoriclasse senza Patria e senza età vuole smettere alle sue condizioni. Legittimo. Jelena Ristic, la moglie che ha studiato alla Bocconi di Milano, aveva creduto che il capolinea fosse arrivato nel 2018, dopo una dolorosa sconfitta con il francese Paire a Miami: «Radunò la famiglia, ci disse che era finita: non poteva accettare di giocare così male e subire kappaò così umilianti. Era un anno difficile: aveva subito un’operazione al gomito, i risultati non arrivavano. Mi diede il via libera per avvisare tutti gli sponsor. Partimmo per una vacanza, per permettergli di liberare la testa. Un giorno, mentre giocavo a tennis con Stefan, si presentò al campo. Ricominciò giochicchiando con noi, per divertimento, fino a ritrovare qualche bella sensazione del passato. Al ritorno richiamò il coach Vajda al suo fianco: voglio riprovarci, gli disse». Quell’anno vinse Wimbledon e gli Open Usa, il resto è storia.
E’ un essere umano così articolato e complesso l’avversario che Carlos Alcaraz si ritroverà di fronte nella finale dell’Australian Open. Se alla rigidità dell’approccio di Sinner, che ha ostinatamente deciso di fare a pallate con il Djoker finendo per venire surclassato sul suo stesso terreno, Harry Potter saprà sopperire con la giocosità di una fantasia sfrenata, il vecchio potrebbe anche smarrirsi, sentendosi inappropriato nella stanza dei balocchi. Affrontare Djokovic credendosi Djokovic comporta un rischio mortale: fare la fine di quel lupo che cambiò strada.
31 gennaio 2026
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