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Redazione Economia
Armando Aliperti, fondatore di Business Management: «L’intelligenza artificiale sta agendo come acceleratore». E riduce i tempi permettendo «l’incrocio tra candidature LinkedIn e reale aderenza al ruolo»
La premessa, per non apparire irriverenti: per ogni posizione c’è un curriculum adatto. È come l’anima gemella. La metà della mela. Si arriva ad incastro nel posto giusto solo se si presenta la candidatura perfetta. Il preambolo serve per anticipare l’obiezione: non basta infarcire la propria presentazione di passioni per pensare necessariamente di spuntarla. Soprattutto conviene, prima di raccontare una tendenza, segnalare che la competizione nel mercato del lavoro sta diventando sempre più feroce. E la differenza, tra un candidato e un altro, si gioca ormai sul dettaglio. Sull’increspatura di voce al colloquio, non necessariamente un punto debole perché denota spontaneità (ne abbiamo scritto qui in un lungo reportage su 7 del Corriere della Sera). Sulle esperienze all’estero. Sulla capacità di saper raccontare se stessi senza scadere nel costruito, nell’artefatto. Racconta il cacciatore di teste Armando Aliperti, fondatore della società di consulenza Business Management, che «l’intelligenza artificiale sta agendo come acceleratore, non come sostitutore del recruiter».
L’analisi intelligente dei Cv
«Nel nostro modello l’intelligenza artificiale non sostituisce il giudizio umano, ma potenzia fortemente l’efficienza del processo: libera tempo operativo e consente al recruiter di concentrarsi su analisi, relazione e strategia», spiega Aliperti. Fornisce un’analisi intelligente dei CV e di allineamento ai ruoli. «Utilizziamo strumenti di upload e analisi dei curriculum che ci permettono di allineare rapidamente i profili ai requisiti richiesti dal cliente. Di individuare pattern di competenze, seniority e contesti aziendali. E di costruire shortlist qualitative, non basate solo su parole chiave Questo ha portato a una riduzione dei tempi di screening del 55–65% rispetto ai processi tradizionali», rileva l’head hunter.

L’aderenza tra il profilo social e il ruolo
Soprattutto ChatGPT, ma anche Gemini e gli altri agenti di Ai permettono «l’incrocio tra candidature LinkedIn e reale aderenza al ruolo. Abbiamo sviluppato un’applicazione interna che incrocia le candidature generate dagli annunci con i desiderata reali del cliente, filtrando il rumore tipico dell’overload di candidature», dice Aliperti. E il risultato è avere «shortlist più mirate, consentendo la riduzione dei colloqui non produttivi e il miglioramento della coerenza dei profili presentati di oltre il 40%», spiega Aliperti. La sensazione è che stiamo entrando in un nuovo mondo dove
«processi che prima richiedevano giorni oggi vengono completati in poche ore o minuti, con un evidente beneficio per le aziende che possono anticipare il mercato e non perdere talenti».
Ma contano ancora le entrature
Non solo. Nel far pendere la bilancia per un dirigente piuttosto che per un altro la cartina di tornasole è quello che gli anglosassoni chiamano soft skills: capacità di empatia nei confronti del prossimo, spirito collaborativo, consapevolezza delle proprie qualità. Certo più prosaicamente contano, soprattutto per i ruoli apicali, le cosiddette entrature: le relazioni ai massimi livelli, i rapporti con il potere, la capacità di fare rete (o lobby) per se stessi e per i propri interessi. Sappiamo che per gli executive il capitale relazionale diventa il grimaldello per una carriera senza uscite repentine di scena. Ma i software di intelligenza artificiale permettono soprattutto la riduzione del rischio di mismatch. In questo sta anche la forza degli algoritmi che auto-apprendono. «Uno degli aspetti più interessanti riguarda la qualità degli inserimenti – racconta Aliperti -. Stimiamo una riduzione del rischio di mismatch nei primi 12 mesi: –30/35%. Con un incremento della permanenza media dei candidati inseriti: +20/25% Questo significa meno turn-over precoce e maggiore sostenibilità organizzativa».
La riduzione delle rinunce
Ma soprattutto ChatGPT e software analoghi consentono un «miglioramento dell’engagement dei candidati. Un processo più rapido e coerente migliora anche la candidate experience, con una riduzione di rinunce e ripensamenti nelle fasi finali stimata intorno al 25–30%. Credo che questo approccio rappresenti una vera rottura degli schemi rispetto al recruitment tradizionale: non una negazione del passato, ma un’evoluzione concreta, dove tecnologia e competenza umana lavorano insieme», chiarisce Aliperti.
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1 febbraio 2026 ( modifica il 1 febbraio 2026 | 07:48)
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