Quando l’ossigeno comincia a mancare dentro al Constellation di Crans Montana, sono passate da poco le due del mattino del 1° gennaio. Il rogo è scoppiato da oltre un’ora. Sull’asfalto, a meno undici gradi, i ragazzi sopravvissuti sono stesi uno accanto all’altro: ustionati, intossicati, disidratati. Le bombole d’aria artificiale vengono condivise come si può, una ogni dieci. «È in quel momento che ho capito che qualcosa non stava funzionando», dice oggi Paolo Campolo. «Non era una questione di ritardo. Era evidente che il piano catastrofe non fosse stato attivato». Paolo ha 55 anni, è un analista finanziario, di origini calabresi, vive in Svizzera da molti anni. Dal 2023 si era trasferito proprio a Crans-Montana con la compagna e la figlia Polina, 17 anni. La sera di Capodanno Polina è al Constellation. Quando scoppia l’incendio che ucciderà quaranta ragazzi – sei italiani – e ne ferirà centosedici, Paolo arriva tra i primi sul posto. È lui ad aprire una porta laterale chiusa dall’interno, consentendo a più di quindici persone di uscire. Poi resta lì, al freddo, ad aiutare chi può.

Cosa mancava?

«Solo dopo un’ora abbiamo visto le prime tre ambulanze. Prima, niente». Paolo ricorda ciò che non c’era, prima ancora di ciò che è arrivato. «Per due ore non c’erano barelle, non c’erano bottiglie d’ossigeno, non c’erano coperte isotermiche. Non c’erano perfusioni, né personale per reidratare o somministrare analgesici. Non c’erano tende». Attorno, la strada ghiacciata e il gelo. E a terra decine di sopravvissuti all’incendio del Constellation. «Due ore così, per ragazzi ustionati e intossicati, sono un’eternità» continua Paolo. Il punto, per lui, non è stata l’imprevedibilità dell’evento. Ma ciò che non è stato messo in campo. «A quaranta minuti da Crans-Montana, a Visp e a Monthey, ci sono due camion della protezione civile sanitaria, i véhicules de soutien sanitaire. Non sto parlando di mezzi teorici. Io li conosco, li ho visti operare». Spiega che fanno parte del servizio sanitario cantonale e del piano catastrofe. «Sono equipaggiati per le disintossicazioni, hanno ossigeno per 40 persone ciascuna e tende riscaldate». Quella notte, dice, non arrivano. «Io non li ho mai visti». L’ossigeno diventa la parola chiave di quella lunga e terribile notte. «Dopo due ore non ce n’era più. Una bombola ogni dieci intossicati. Ce la passavamo, letteralmente di mano in mano». Racconta una scena che si ripete: «Chi respirava peggio veniva aiutato per qualche minuto, poi la maschera passava a un altro». 

Le telefonate

Intanto le chiamate al numero d’emergenza 144 si susseguono per chiedere più ambulanze. «Io non ho chiamato perché ero impegnato a soccorrere. Ma quando sono arrivati i pompieri ho chiesto subito di attivare il piano catastrofe. L’ho chiesto anche agli operatori delle ambulanze e alla polizia. La sensazione era di impotenza».
Ci sono però degli audio dei soccorsi diffusi da una televisione francese BfmTv, Paolo riconosce ciò che ha vissuto. «Si sente un medico chiedere l’attivazione del piano catastrofe». Quei camion, ribadisce, «fanno parte proprio di quel piano». La domanda che pone oggi resta senza risposta: «Se non vengono attivati in una situazione del genere – un incendio con decine di ustionati a terra, a meno undici gradi – allora quando?».L’ospedale più vicino è Sion. «Ma le prime ambulanze arrivavano dalla parte tedesca». Gli elicotteri atterrano al centro sportivo della Moubra, a circa un chilometro. «Solo intorno alle cinque del mattino è iniziata una rotazione vera di ambulanze, per stabilizzare e trasferire i feriti verso gli elicotteri». A quel punto, racconta, «molti genitori avevano già caricato i figli in macchina e li avevano portati da soli negli ospedali». Paolo lascia il luogo dell’incendio dopo più di tre ore e mezza. «Era tutto ancora in corso». Non parla di colpe individuali. Lo precisa più volte. «Non sto dicendo che qualcuno non abbia fatto il proprio lavoro». Ma torna sempre lì. «Parlo di un sistema. Parlo di mezzi che esistono, che fanno parte di un piano previsto per le emergenze, e che quella notte non ho mai visto arrivare. E noi abbiamo lottato per l’ossigeno fino alla fine». 


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