di
Jacopo Strapparava

Antonia Brancati è la figlia della grande attrice Anna Proclemer e dello scrittore Vitaliano Brancati: «Alla fine siamo state molto amiche, facevamo grandi viaggi»

«Che la mia non era una famiglia come tutte le altre? Credo, più o meno, d’averlo sempre saputo». Antonia Brancati, che ci accoglie nelle sua casa romana, è l’unica figlia di Vitaliano Brancati, scrittore siciliano, e, soprattutto, di Anna Proclemer — «la mirabile Anna Proclemer», come la definì Arbasino — grande attrice trentina. «C’è una foto di me in braccio alla balia, già in teatro. Da bambina, al Teatro Valle, mettevo due sedie l’una vicino all’altra e dormivo lì», racconta. «Da piccola non m’importava. Mai l’ho vista come una vita diversa. Era quella che mi era capitata in sorte».
Un briciolo di disincanto in più, la signora, lo riserva al rapporto tra lei e la mamma-diva. «Abbiamo attraversato periodi diversi. Alla fine era molto affettuosa, anche con mio marito: “Enrico, tu che hai influenza su Antonia, dille che…”». Altri periodi furono più burrascosi: «Quando avevo 23-26 anni, non ci rivolgevamo neanche la parola. Per lei tutto doveva ruotarle attorno: chi non si assoggettava veniva allontanato. E a me non andava di assoggettarmi».

Carattere difficile?
«Lei era Gemelli. Dipendeva se capitava il gemello buono o il gemello cattivo. Il suo impresario, Lucio Ardenzi, era disperato: “Antonia, non so cosa fare. Le è venuto fuori il gemello cattivo”».



















































Com’era il gemello cattivo?
«Più che cattivo era chiuso. Sulla difensiva. Un gemello infelice. E che rendeva infelici anche gli altri. Per me gli attori non dovrebbero mai sposarsi e mai avere figli. Un vero attore è… un uovo».

Un uovo?
«Sì, un uovo. Una cittadella. Un sistema chiuso. Tutto centrato attorno al proprio ego. Che costruisce una parete tra sé e gli altri».

Il nostro Giorgio Dal Bosco scrisse che Anna Proclemer aveva «un sorriso venato da intelligente tristezza».
«Vede? Era intelligente. Ma faceva fatica a essere felice».

Com’è nata in lei la passione per il teatro?
«Cosa c’è di meglio, per un timido, che mostrarsi come qualcun altro? Poi c’è l’influenza di nonna Muccia. Mia nonna, cioè sua madre, Emma, mezza bolognese e mezza napoletana, a sua volta discendente di Roque Joaquín de Alcubierre, l’uomo che scoprì Ercolano… Insomma, a Napoli la nonna era stata amica d’infanzia della famiglia De Filippo. Era coetanea di Titina, poi conobbe Eduardo e Peppino».

Come avvenne questo incontro tra trentini e napoletani?
«Fu subito dopo la prima guerra mondiale. La notte di Capodanno, a una serata danzante al Bagaglino. Mio nonno, Gino Proclemer, tenente dell’esercito, amico di Cesare Battisti, era a Roma per dare le consegne. Lei vide questo bell’ufficiale trentino e se ne innamorò. Lì per lì la cosa non deve essere andata per il meglio, perché lei annunciò: “Vado a Trento e lo schiaffeggio”. Andò a Trento, e si sono sposati. Mia mamma è nata il 30 maggio 1923».

Ancora negli anni ‘40 nei teatri parrocchiali delle valli trentine i ruoli femminili erano interpretati da uomini con la gonna e la parrucca.
«Che meraviglia. Come all’epoca di Shakespeare!».

Quello che volevo dire è: com’era vista una ragazza del ‘23 che sognava di fare l’attrice?
«Una prostituta. Quando disse “Voglio fare l’attrice”, mia nonna andò in chiesa a fare dei fioretti. Poi le cose si sono accomodate: come attrice è arrivata subito ai massimi livelli».

Perché era molto bella?
«Era bella, ma era anche brava. Si era iscritta a Lettere, qui a Roma, ma non credo abbia mai frequentato una lezione. Al Teatro Ateneo conobbe Bragaglia, che stava mettendo in scena una commedia di mio padre. I miei si sono incontrati così. Era l’autunno del ‘41. Lui aveva 34 anni, lei 18. Pensi che lei aveva letto “Il Don Giovanni in Sicilia” di nascosto dai genitori, che lo ritenevano inadatto a una ragazza borghese. A un certo punto lui le mandò una lettera».

Scrisse Vitaliano: «Ebbene, cara Anna, la verità bisogna dirla, se no si muore. Da alcuni giorni i nostri rapporti si svolgono con dei “Come sta?” “Mi telefoni” “Ho piacere di rivederla” “Grazie della telefonata!”. E invece le cose non stanno in questi termini diplomatici! Le cose, almeno da parte mia, stanno così: da venti giorni mi sembra letteralmente d’impazzire». Anna rispose dandogli del lei. Finse di essere già innamorata di un altro. «Non mi voglia male per questo e cerchi, se possibile, di capire». Lui fece a pezzi la lettera. Poi si pentì, e la rimise assieme con lo scotch. «Mio padre, nella speranza di rivederla, aveva addirittura cominciato a scrivere a mia nonna. Si sono rincontrati in Sicilia, lei girava il film Malia. Si sono sposati il 22 luglio 1946. Io sono nata il 6 maggio 1947».

Antonia, suo padre fu il cantore del gallismo italiano. «Lo sguardo capace di inghiottire intere folle di donne». «I discorsi sulle donne che danno piacere più delle donne stesse».
«Descriveva un aspetto della società siciliana dell’epoca. Non credo che lui fosse sempre e solo così. Certo, era un tratto della sua personalità».

E sua madre come viveva tutto questo?
«Nella cultura siciliana dell’epoca le donne erano le donne, ma la moglie era la moglie. Lui la chiamava “la Santa”. Mia madre era onorata, venerata, messa su un piedistallo. Tanto che a un certo punto si è stufata e ha deciso di scendere».

È vero che lei si sentiva in colpa a recitare perché lui la voleva in casa?
«No. O meglio, sì e no. La psiche è una cosa complicata. A lui piaceva che recitasse, del resto ha scritto commedie per lei; ma al tempo stesso avrebbe voluto tenerla con sé. Lei voleva recitare, ma si sentiva in colpa a non stare con lui. Poi si sentiva in colpa per essersi sentita in colpa».

Erano un po’ tutti e due, insomma.
«Erano un po’ tutti e due, sì. Penso che se non hanno mai litigato in vita loro è perché non volevano ferirsi. Alla fine si ferivano lo stesso, solo di nascosto l’uno dall’altro».

Perché si sono lasciati?
«Lei era esplosa nel teatro. Penso che abbia voluto scegliere senza sentirsi in colpa. Mi fece fare un giro in macchina. “Io e papà ci vogliamo ancora bene”. Avevo cinque anni. Non la presi male. A me bastava papà. Poi me lo hanno ammazzato».

Brancati morì nel 1954 sotto i ferri del dottor Achille Mario Dogliotti, il migliore chirurgo d’Italia, che gli doveva togliere una banale cisti polmonare. Aveva 47 anni.
«Lì sono iniziati i problemi. Mia madre di me se ne fregava. Per lei ero tuttalpiù un peso economico. Bastava pagare qualcuno che badasse a me. Poi si è messa con Giorgio Albertazzi, che non mi voleva tra i piedi. Me lo fece sapere attraverso di lei. Non voleva rogne, Albertazzi. E quindi niente».

Nel 1969 sua madre e Albertazzi incisero «Ti amo… E io di più», versione italiana di «Je t’aime… Moi non plus» di Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Lo chiamavano il porno-disco.
«I miei nonni, poverini, si sono vergognati come due ladri. Io onestamente non mi ricordo. Ero abituata alle stramberie di Giorgio. Giorgio era strambo. E mia madre lo seguiva pedissequamente. Per fortuna, quel disco non ebbe successo».

Quanto sono stati assieme?
«Fino all’81. Si sono allontanati con la morte di nonno Gino, il nonno trentino, cui era legatissima. Lui le aveva costruito la casa in campagna a Colle Romano. Quando è morto, si è sentita libera di lasciare sia la casa sia Albertazzi».

In una vecchia intervista sua madre disse: «Mia figlia è molto più saggia di me, mi ha insegnato a non prendermela per le sciocchezze».
«Vede che la mia utilità ce l’ho avuta? Sa, anche io ho sofferto di depressione, ma ho trovato un equilibrio: evito di struggermi se non è necessario. Alla fine siamo state molto amiche. Facevamo grandi viaggi. Vienna. L’Africa. Le capitali del Nord. A 88 anni lei ha recitato in “Magnifica Presenza” di Ferzan Özpetek, che l’ha trattata benissimo».

Dopo sua la morte, Albertazzi disse che lei lo aveva pregato di aiutarla a farla finita ma lui non se l’era sentita.
«Albertazzi non sa tenersi un cecio in bocca. Non sapeva. La mamma è stata in gamba fino alla fine. Leggeva i giornali. Rispondeva a tutte le mail. Ha messo in piedi un sito web “l’autobiografia che non ho mai scritto”. Poi i problemi di salute…».

Ma davvero voleva morire? Lo diceva anche a voi?
«Lo diceva in continuazione. È così. Il mondo l’aveva stancata».

(Dicono che alla fine, ad Anna, Vitaliano mancasse moltissimo. Nel 2003 gli scrisse un’ultima lettera: «Mio Dio, come lo vivresti tu questo nostro tempo insano, così volgare, rozzo, incolto, privo di eleganza. Come riusciresti a decantare questa materia vile a trasformarla in poesia. Ti giuro che darei tutta la poca vita che mi resta per leggere una sola tua pagina». Questa volta gli dava del tu).


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1 febbraio 2026 ( modifica il 1 febbraio 2026 | 08:47)