di
Erica Dellapasqua
Le foto inedite della riproduzione del monumento di Marco Aurelio in Campidoglio, tra il 1996 e il 1997 affidata dal Comune di Roma alla Scuola dell’Arte della Medaglia dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato
Il viaggio verso il colle capitolino, il cantiere, la corsa contro il tempo per completare il lavoro nei tempi previsti, nel quadro del 2748esimo Natale di Roma. Ora affiorano le foto dell’impresa, la realizzazione della riproduzione del monumento di Marco Aurelio in Campidoglio, tra il 1996 e il 1997 affidata dal Comune di Roma alla Scuola dell’Arte della Medaglia dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.
La statua fu realizzata attraverso un modello fotogrammetrico dell’Istituto centrale del restauro, al quale le allieve e gli allievi della Scuola dell’Arte della Medaglia diedero la forma plastica e i segni del bronzo antico. Scultori scelti tra i migliori allievi diplomati negli anni precedenti, anche per la capacità di lavorare in équipe: a loro infatti si deve anche la realizzazione in scala 1:10 della colonna di Marco Aurelio che, riprodotta galvanicamente, oggi si erge al centro del salone della sede dell’Acea sempre a Roma.
Ma tornando alla duplicazione in Campidoglio, la Zecca dello Stato fuse le trentuno parti del «nuovo» monumento, posizionato il 19 aprile 1997 sul basamento michelangiolesco, a ricostituire l’unicità della piazza del Campidoglio. E così attualmente la Scuola custodisce le immagini della realizzazione del monumento, del trasporto e della posa dell’opera e alcune delle trentuno parti di cui è composta l’opera.
La copia del monumento in Campidoglio
Per realizzare la copia del monumento equestre, spiegano dall’Istituto, fu scelto un procedimento indiretto: le condizioni dell’originale non consentivano, infatti, di avvalersi dei due metodi tradizionali come il calco diretto e la riproduzione per punti mediante il compasso o il pantografo.
Quindi si è proceduto con un rilievo fotogrammetrico, per ottenere una ricostruzione geometrica digitale del monumento; con integrazione manuale della “pelle”: su quella base geometrica fu realizzata una rifinitura artigianale, cioè un intervento manuale sulle superfici per migliorare il rivestimento; e ancora, con l’applicazione di patinatura a effetto bronzo antico e infine la fusione e l’assemblaggio: la Zecca dello Stato ha fuso le trentuno parti del nuovo monumento.
L’opera fu realizzata durante la direzione di Laura Cretara: scultrice, pittrice e medaglista, Cretara è stata la prima donna a modellare una moneta nella storia del nostro Paese ed è l’autrice della prima – storica – moneta da 500 lire bimetallica del 1982: una rivoluzione tecnologica, con brevetto italiano registrato dall’ingegner Nicola Ielpo, allora direttore della Zecca dello Stato, e firmata dalla «signora delle monete» con il celebre design su Pace e Uguaglianza. E’ sotto la sua direzione, che i borsisti e le borsiste della Scuola dell’Arte della Medaglia realizzarono la riproduzione del monumento, quasi un anno di lavoro.
L’ex direttrice Cretara: «Una corsa contro il tempo»
«I tempi erano molto stretti – ricorda Cretara -: chiamarono me e un altro fonditore di Napoli, che però disse no. Io accettai invece la sfida, si trattava di un’esperienza eccezionale anche se capii subito la portata della sfida: bisognava rimettere in piedi la statua entro il 21 aprile, Natale di Roma. C’era ansia, ma anche la volontà di riuscire. Abbiamo fatto le corse, e alla fine ce l’abbiamo fatta». E ora, ogni volta che Cretara torna in Campidoglio, si sofferma: «E’ un po’ come un figlioletto, che sta lì e lo si sente sempre tuo».
Cretata ha documentato, con scritti, l’intera operazione. In un passaggio condivide anche le curiosità, particolari che il direttore artistico Guido Veroi, docente della Scuola dell’Arte della Medaglia, annota su un diario giornaliero di lavoro. «Ci ha stupito – si legge – il vedere nella chiostra inferiore dei denti del cavallo, un grande dente centrale, anziché i due come si vedono invece nella chiostra superiore, uno al di qua e uno al di là della linea di mezzeria della bocca. Contati e ricontati, per evitare errori nel tracciarli nella bocca della copia, e approfondito l’argomento abbiamo saputo da amici dentisti e veterinari che quel grande dente centrale non è una svista o un arrangiamento dello scultore, ma una anomalia realmente esistente, nota col nome di “Dens ni Dentis” o “Geminazione”. E questa anomalia ci fa pensare che il cavallo raffigurato non fosse un cavallo qualunque dell’armata imperiale, ma proprio quello dell’Imperatore con tutte le sue caratteristiche e diversificazioni riprodotto qual’esso era fin nei particolari curiosi…»
«Ed un’altra anomalia ci piace ricordare, anche se questa è da sempre visibile ad occhio nudo – continua lo scritto -: il taglio delle narici del cavallo; una usanza che a me è stata messa in evidenza la prima volta dai disegni di Pisanello, sui cavalli dei bizantini. Usanza praticata anche in epoche precedenti tant’è che le narici del cavallo di Marco Aurelio la evidenziano. Parlo dei tagli verticali praticati sopra il foro delle narici ten- denti ad ingrandirglielo. Questi servivano ad aumentare la sezione delle narici stesse, consentendo l’entrata di una maggiore quantità d’aria nella respirazione e conseguentemente ottenere maggiori prestazioni fisiche dal cavallo così potenziato. Una possibilità, questa, che in un cavallo militare poteva essere fondamentale. Cavallo più potente quindi, cavallo da combattimento, cavallo adatto per l’Imperatore… Tra le varie cose che hanno attratto l’attenzione delle scultrici c’è la ricca gualdrappa che è sembrata, in un primo tempo, costituita da tre strati di cuoio sovrapposti, ciascuno tagliato ai lembi da differenti motivi geometrici che ne realizzano la
Osservando da vicino con la luce radente, esse hanno però notato che i tre strati di cuoio sono un unico strato, tagliato in tre lembi sui due lati laterali, ma non sugli altri due perpendicolari ai precedenti…»
Le mani dell’imperatore, lo strabismo
«Un’altra stranezza da segnalare – si legge – è quella della diversità delle due mani dell’Imperatore; l’una col pollice di conformazione normale, l’altra col pollice visibilmente schiacciato. E l’una, la destra, con le unghie notevolmente differenti tra loro, per lunghezza, l’altra, la sinistra, con l’indice ben più sottile delle altre dita. Potrebbe addirittura sembrare rimodellata in epoca successiva ma non si vedono linee di saldatura tra dito e mano. Risposte se ne possono dare, ma tutte di fantasia. Una un po’ più credibile potrebbe essere quella di pensare a due scultori diversi che abbiano modellato ciascuno una delle due – come del resto hanno fatto le nostre scultrici – e che abbiano addirittura dovuto modellarle con tanta urgenza da non aver avuto neanche il tempo di confrontarle tra loro.
E poi, altra curiosità questa volta sul viso di Marco Aurelio, è «il leggero strabismo, che invece non si nota in alcuno dei ritratti marmorei giunti fino a noi. Che le pupille un po’ più divaricate dessero un aspetto troppo assorto mentre era desiderio di Commodo, che il padre, salutando i romani, dall’alto del suo monumento, veramente li guardasse negli occhi è un’ipotesi, credo, possibile…». Sono solo ipotesi, dice il direttore che però conclude con una certezza: «I due fiocchetti che si notano ai due lati della tunica, messi ad ingraziosire e il leggero taglio verticale praticato sul bordo. Era certamente un taglio alla moda, di una moda di sobria eleganza, quale Marco Aurelio filosofo può aver accettato pur nella sua esemplare semplicità di vita. L’aggrovigliata rete cromatica formata dalle gocciolature della patina fa sparire, dalla vista generale, questa particolarità raffinata».
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1 febbraio 2026 ( modifica il 1 febbraio 2026 | 14:39)
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