L’allarme per le forze insufficienti e le carenze nei palazzi di giustizia, sembra quasi passare in secondo piano, sebbene resti un’emergenza perenne e atavica. Il tema ora è il referendum. Più urgente e definitivo, con modifiche che toccano l’assetto costituzionale. Da Nord a Sud, l’attacco delle toghe alla politica è diretto e, a meno di due mesi dall’appuntamento alle urne, nel corso delle cerimonie dell’anno giudiziario nei 27 distretti, la contrapposizione si è spostata negli stessi palazzi di giustizia. A tenere banco è stata Milano. Con il botta e risposta tra magistrati e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma da Roma a Palermo, passando per Napoli, il refrain è identico.
Il presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Ondei e la procuratrice generale Francesca Nanni vanno dritti al punto. Il primo ha cercato di sgomberare il campo da aspetti «fuorvianti» e ha affermato che la riforma non lascerà alcuna traccia in positivo sul sistema. La seconda ha sottolineato la «sostanziale inutilità» della separazione delle carriere «a correggere le attuali pesantissime carenze» fa sorgere il «dubbio che si tratti di un intervento con carattere prevalentemente punitivo».
Nordio ha parlato a braccio: «Questa riforma e questo referendum non sono fatti né contro, né a favore di nessuno, per punire la magistratura o per rafforzare il governo. Non abbiamo bisogno né di conferme, né di punizioni. La riforma non avrà e non deve avere effetti politici». E ha aggiunto: «Siamo attentissimi alle manifestazioni di disagio» e «cerchiamo un dialogo», ma «ripeto e confermo» che accusare il governo e la maggioranza di voler «porre la magistratura requirente e giudicante sotto il potere dell’esecutivo è blasfemia», insiste. Perché il «Parlamento è sacro, non ha e non ha mia avuto questa intenzione», piuttosto «abbiamo enfatizzato l’autonomia e l’indipendenza» delle toghe. Secondo Nordio, attorno alla consultazione sulla giustizia c’è «un’atmosfera arroventata» che «da molte parti è stata in queste settimane suscitata» generando la «percezione» che la riforma sia «punitiva», tuttavia «è sufficiente leggere il testo della legge per vedere che non solo non lo è, ma eleva il rango del pubblico ministero a quello di giudice. E non ho mai detto che i giudici siano appiattiti sulle tesi del pubblico ministero». Tutti falsi slogan, rilancia Mantovano, che da Napoli stigmatizza il clima conflittuale del dibattito che ha persino evocato «il rischio che, una volta approvata la riforma, anche in Italia ci saranno innocenti uccisi dalle forze di polizia come accade a Minneapolis».
Per il pg partenopeo Aldo Policastro le accuse della politica alla magistratura sono quanto meno inopportune: «È legittimo esprimere dubbi e perplessità su questa riforma. Questo non vuol dire fare opposizione come oggi sembra di aver ascoltato dal sottosegretario Alfredo Mantovano. La magistratura non fa opposizione», ha sottolineato. Ma a Napoli l’intervento più forte è stato quello del procuratore Nicola Gratteri, che lo scorso anno mentre la riforma veniva discussa, per protesta non aveva preso parte alla cerimonia. «L’anno scorso doveva essere mandato un messaggio. Quest’anno ci sono e parlo. Lo sto facendo in tutte le trasmissioni televisive, perché tutte le riforme sulla giustizia che stanno facendo non servono assolutamente a velocizzare i processi e a dare risposte alle persone».
COLLABORAZIONE
Lealtà e collaborazione, ribatte il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, in Corte d’Appello: «Mi auguro che la demonizzazione lasci il posto a un confronto costruttivo e civile. Se il 24 marzo si scatenasse l’apocalisse annunciata dalle Sacre Scritture non sarà certo per effetto del voto referendario. Il verdetto delle urne andrà accolto da tutti con rispetto e serenità, perché verrà in nome del popolo italiano per il quale tutti voi amministrate la giustizia». E aggiunge: «Non ho mai detto che i giudici siano appiattiti sulle tesi del pubblico ministero».
IL SORTEGGIO
Rimarca il sottosegretario: «Non ho difficoltà ad allontanare ogni paventata prospettiva di deriva antidemocratica. Un esempio concreto: per la composizione della lista da cui sorteggiare i componenti laici dei nuovi Csm si dovrà tenere conto delle opposizioni, come è avvenuto finora. Non farlo sarebbe contrario alla Costituzione».
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