Un teschio quasi completo, con alcuni elementi dentari ma privo della mandibola. E non era presente l’osso ioide, che sarebbe stato utile per confermare o escludere eventuali ipotesi di strangolamento. Accanto al teschio, un ciuffo di capelli e un reggiseno con coppe abbondanti, sul quale gli accertamenti sono ancora in corso.
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Sono ora nelle mani esperte della professoressa Cristina Cattaneo i resti della giovane Daniela Ruggi: sarà la professoressa Ordinaria di Medicina Legale presso l’Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Antropologia e direttrice del Labanof a dover studiare minuziosamente il teschio rinvenuto per caso da due escursionisti lo scorso primo gennaio. A confermare invece la corrispondenza del dna con quello della 32enne sono stati i genetisti del Ris.

L’anatomopatologa e professoressa ordinaria di medicina legale all’Università degli Studi di Milano, Cristina Cattaneo (Ansa)
I ritrovamenti: teschio, reggiseno, capelli
Ma cosa si potrebbe ‘leggere’ da quel ritrovamento? A spiegarlo è un altro noto professionista della Medicina legale di Reggio Emilia, Erjon Radheshi.
“Il teschio può dire poco o nulla se non ci sono lesioni, ma sicuramente saranno svolte analisi approfondite, dopo l’estrapolazione del dna, verosimilmente avvenuta dai denti. Quello su cui ora occorre interrogarsi è lo stato di quel teschio, poiché a distanza di così poco tempo ridurlo in scheletrizzazione completa è davvero improbabile se non vi è stata opera di animali necrofagi – spiega Radheshi –. In assenza di traumi difficile risalire alle cause della morte; potenzialmente potrebbe addirittura trattarsi di morte naturale se non si trovano le altre parti dello scheletro. Dovremmo immaginare che mammiferi carnivori, come cinghiali e volpi, presenti nel nostro Appennino abbiano portato via quindi i resti ma prima ancora dobbiamo sapere se quel luogo fosse o meno accessibile agli animali, che potrebbero aver mutilato il corpo. Se è vero poi che il tetto è crollato, anche i corvi attaccano i cadaveri, ma non sono certo in grado di provocare smembramenti”.

Erjon Radheshi, medico legale
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Le indagini tradizionali affiancate da quelle scientifiche, come del caso Yara e Resinovic
Per quanto riguarda l’analisi dello ‘scenario’ spiega: “Per capire se il cadavere sia rimasto in questa rocca, dove non sappiamo se lo stato di abbandono abbia permesso la crescita di piante o arbusti, occorre integrare le indagini tradizionali con quelle scientifiche. Mi spiego meglio: occorre partire subito con la ricerca di frammenti dello scheletro nei perimetri e nelle immediate vicinanze della torre e non solo; un lavoro che deve essere svolto insieme ad altri esperti di scienze naturalistiche come un botanico, che può aiutare a stimare l’epoca della morte, come nel caso di Yara Gambirasio, o uno zoologo, che può valutare la presenza di determinate specie animali in quella zona (come è successo nel caso Resinovich). Fondamentale può risultare poi l’aiuto di un entomologo se ci sono insetti che possono dare altri suggerimenti”.

Yara Gambirasio, scomparsa nel novembre 2010. Il suo corpo fu trovato tre mesi dopo
“L’indagine deve ripartire dalla ricerca del resto del cadavere”
Radheshi quindi spiega: “L’indagine deve ripartire dalla ricerca del resto del cadavere e sono sicuro che la prof.ssa Cattaneo interverrà per studiare meglio quel luogo. Sul cranio si potrà valutare la presenza o meno di lesioni traumatiche, ma occorrerà capire se siano da azioni di un’eventuale arma usata per decapitare la vittima, o se siano lesioni di interesse tafonomico, risultato dell’azione della fauna o di agenti atmosferici.
In sostanza – ribadisce – questo ritrovamento è solo un punto di inizio nelle indagini: l’unica spiegazione che possiamo darci di un teschio rimasto lì è che gli animali abbiano portato via il 90 per cento del corpo e mi pare uno scenario improbabile”.
