Recensione di
Emanuele Sacchi

lunedì 2 febbraio 2026

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Da una pallonata in pieno viso in un campetto di periferia allo status di guru della canzone italiana, la vita di Franco Battiato è sviscerata in un lungo biopic scandito da tappe fondamentali: l’infanzia siciliana e il difficile rapporto con il padre; Milano negli anni Settanta e il debutto nel mondo della musica; i cambiamenti di stile, gli amori e i disamori; il ritorno all’amata Trinacria. L’impresa impossibile di condensare e sintetizzare l’esistenza complessa di una mente come quella di Battiato trova in Il lungo viaggio di Renato De Maria una soluzione adatta a una fruizione televisiva, che fatalmente finisce per smussare e normalizzare gli angoli acuti di un musicista per definizione contraddittorio, elusivo, irriducibile a un racconto lineare.


Il film risente dei limiti strutturali del biopic musicale tradizionale: la narrazione per episodi, l’ossessione per l’aneddoto rivelatore, la semplificazione dei passaggi artistici più radicali.

La carriera di Battiato viene così ridotta a una successione di svolte “chiave”, spiegate e giustificate a posteriori, come se ogni mutazione – dall’avanguardia elettronica al pop colto, dalla ricerca spirituale alla dimensione più intimista degli ultimi anni – fosse il risultato di un percorso razionale e coerente. I concetti sono reiterati, con dialoghi esplicativi e situazioni pensate per “spiegare” Battiato allo spettatore invece di lasciarlo nel suo mistero. Il pensiero filosofico e spirituale che attraversa la sua opera viene ridotto a slogan, a intuizioni appena accennate, private di quella stratificazione che rendeva i suoi testi e le sue scelte artistiche tanto affascinanti quanto spiazzanti.

Anche sul piano della messa in scena e dell’interpretazione, il film procede con cautela eccessiva, come se temesse costantemente di tradire l’immagine pubblica del suo protagonista. Battiato diventa così una figura quasi edificante, un personaggio “esemplare”, privato delle zone d’ombra, delle asperità, delle ironie e delle provocazioni che ne hanno fatto un unicum nel panorama culturale italiano. La complessità viene sacrificata in nome di una reverenza che finisce per essere controproducente.

Dario Aita, l’attore protagonista, si prodiga in uno sforzo attoriale notevole, che limita al minimo la mimesi, mentre i comprimari sono relegati dalla sceneggiatura a ruoli spesso caricaturali: la scenata di gelosia di Giuni Russo o la reductio ad unum della figura di Giusto Pio sono a misura di format seriale o televisivo, così come le riprese integrali delle canzoni più importanti, gettone inevitabile per garantire al pubblico una stella polare che l’aiuti durante il “lungo viaggio”.

Alla fine, Il lungo viaggio sembra più interessato a costruire un monumento che a interrogarsi davvero su cosa abbia significato Franco Battiato per la musica e per il pensiero contemporaneo. E la sensazione che Battiato resti, ancora una volta, altrove, inafferrabile.

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