di
Vera Martinella
La patologia, caratterizzata dalla presenza di chiazze bianche sulla pelle, spesso viene accettata con rassegnazione da chi ne è affetto, che ne patisce anche le conseguenze psicologiche. Compare di solito fra i 20 e i 40 anni
Cosa hanno in comune la discografica Mara Maionchi, l’attrice Kasia Smutniak, il nuotatore Luca Marin e la top model Winnie Harlow?
Chiazze di pelle più chiare, sparse in diverse aree del corpo, che sono la manifestazione di una malattia della pelle: la vitiligine.
Per moltissimo tempo è stata considerata solo una condizione estetica, ma negli ultimi anni si è compreso molto di più dei meccanismi che la provocano e dell’impatto che può avere sulla vita dei pazienti.
Collegata ad altre malattie
È emerso chiaramente un collegamento con altre patologie, ma troppo spesso i pazienti non ne sono informati, così come molti ancora ignorano che oggi esistono delle terapie e si rassegnano a convivere a vita con i disagi (anche psicologici) che le chiazze comportano.
«La vitiligine è una patologia cronica autoimmune, che si manifesta quando il sistema immunitario attacca erroneamente i melanociti, ovvero le cellule responsabili della produzione di melanina, il pigmento che conferisce colore alla pelle – spiega Giovanni Pellacani, presidente della Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e di Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST) -. La malattia causa non solo la comparsa delle caratteristiche macchie bianche sulla pelle, di dimensioni variabili, ma può essere associata ad altri disturbi autoimmuni come disfunzioni della tiroide (in particolare l’ipotiroidismo, una patologia per cui la tiroide non produce sufficienti ormoni tiroidei), l’artrite reumatoide, una malattia infiammatoria che colpisce le articolazioni, il diabete mellito e l’alopecia areata».
Compare soprattutto fra i 20 e i 40 anni
Secondo le ultime stime sono circa 330mila gli italiani che soffrono di vitiligine. La malattia può comparire a qualsiasi età, compresa quella pediatrica, ma la maggiore incidenza si registra tra i 20 e i 40 anni: più del 60% dei pazienti ha un esordio prima dei 30 anni. La depigmentazione può essere localizzata (su una o due aree del corpo) oppure diffusa su tutta la superficie cutanea. Nella maggior parte dei casi, la vitiligine interessa volto, dita, dorso delle mani, superfici flessorie dei polsi, avambracci, gomiti, ginocchia, caviglie, ascelle, ombelico, regione inguinale e ano-genitale. I peli nelle zone colpite sono generalmente bianchi e può capitare che si diradino o cadano. Chi soffre di vitiligine è maggiormente soggetto a eritema solare e scottature perché la pelle è priva della naturale protezione svolta dalla melanina: è quindi importante proteggere tutte le aree depigmentate con indumenti o filtri solari ad altissima protezione.
La genetica è responsabile di circa un terzo dei casi
Cosa la provoca? Lo sviluppo della malattia dipende in parte da una predisposizione genetica (30% dei casi circa) e da meccanismi autoimmuni e in minor misura da fattori ambientali. «Le cause alla base della vitiligine non sono ancora state definite, ma oggi sappiamo che in molti casi è dovuta a un attacco autoimmune ai melanociti che smetterebbero di produrre melanina – dice Antonio Costanzo, vicepresidente SIDeMaST e responsabile della Dermatologia all’Istituto Clinico Humanitas di Milano -. Abbiamo anche appurato che tende a ripresentarsi all’interno della stessa famiglia, per cui c’è sicuramente un ruolo genetico. Spesso si crede che lo stress possa provocarla, ma non ci sono prove scientifiche, mentre è stato dimostrato che solo occasionalmente questo disordine della pigmentazione si sviluppa dopo un traumatismo o una lesione fisica diretta alla cute».
Un’altra cosa poco nota è che esistono tre forme diverse di vitiligine: quella non segmentale è la forma più diffusa (rappresenta circa il 90% dei casi) nella quale le chiazze si presentano bilaterali e simmetriche; quella segmentale è una forma rara che si manifesta con chiazze unilaterali e quella mista o non classificabile racchiude al suo interno tutte quelle forme che non sono pienamente descritte dalle categorie precedenti.
Terapie
Anche se per ora non è possibile guarire in modo definitivo dalla vitiligine, oggi esistono diverse cure in grado di tenerla sotto controllo: «È importante rivolgersi al dermatologo e stabilire un rapporto stabile nel tempo per supervisionare l’andamento della patologia, iniziare la cura e per intercettare tempestivamente l’insorgenza di eventuali altre malattie concomitanti – chiarisce Costanzo -. Solo in alcuni casi la vitiligine può regredire spontaneamente senza trattamenti, molto più spesso la malattia ha invece la tendenza a estendersi o comunque a rimanere stabile».
Tra le terapie utilizzate più frequentemente e da molto tempo possono essere inclusi i cortisonici topici o gli inibitori topici della calcineurina (come il tacrolimus e il pimecrolimus), che hanno come scopo quello di bloccare il processo autoimmune che determina la formazione e l’estensione della macchia acromica. Un’altra possibilità è la fototerapia che si esegue utilizzando particolari lampade i cui raggi stimolano i melanociti residui, determinando la repigmentazione delle lesioni. Questi approcci spesso vengono combinati per ottenere risultati migliori.
Nuovi farmaci in sperimentazione
Recentemente, poi, sono stati sviluppati farmaci (i cosiddetti JAK inibitori) in grado d’interrompere il segnale che innesca il processo di distruzione dei melanociti e il fatto che questo venga bloccato consente alla pelle di acquisire nuovamente la normale pigmentazione. «Attualmente è a disposizione dei pazienti italiani, tramite Sistema sanitario nazionale, un JAK inibitore in crema che sta dando buoni risultati nel trattamento della vitiligine del volto – conclude Pellacani, ordinario di Dermatologia all’Università La Sapienza di Roma -. Ci sono poi diversi altri medicinali in sperimentazione ed è sempre lo specialista dermatologo che, valutando la situazione della singola persona e l’evoluzione della malattia nel tempo, sceglie la cura più adeguata di volta in volta».
Parlare col dermatologo aiuta a vivere meglio
Quasi la metà delle persone con vitiligine, il 42% secondo un recente sondaggio condotto da Elma Research, non si rivolge a un medico, condannandosi così a convivere (spesso male) con le chiazze cutanee. E a portarne il peso nella vita quotidiana: per il 78% delle persone che ne soffrono, infatti, la vitiligine ha un significativo impatto psicologico, sulla sfera sociale, relazionale e addirittura lavorativa. In particolare, prevale il forte senso di rassegnazione, spesso collegato a una gestione non ottimale della patologia sul piano fisico e mentale. «La disinformazione è una delle leve principali che aumentano lo stigma che ancora accompagna chi soffre di questa malattia – dice Valeria Corazza, presidente dell’Associazione Pazienti APIAFCO -. Dalla ricerca emerge anche che i pazienti hanno paragonato questa malattia a una gabbia, una pesante zavorra, un enigma incomprensibile: per questo hanno bisogno di sostegno e di corretta informazione. Troppi ancora ignorano che il confronto con uno specialista dermatologo è fondamentale non solo per avere accesso a una cura, ma anche per vivere meglio».
2 febbraio 2026
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