Da un paio d’anni abbondanti sentiamo spesso scontrarsi o confrontarsi due scuole di pensiero. Da un lato ci sono i “vecchi” del gruppo che lamentano una mancanza di valori, di rispetto, di umanità e di romanticismo. E dall’altra ci sono i “giovani”, che arrivano sulla ribalta del ciclismo internazionale già pronti e sostenuti dai fatidici numeri (watt e non solo) che sembrano contare più di qualsiasi cosa.

La domanda è: esiste un punto di equilibrio? Il discorso è molto complesso e il sottoscritto non ha minimamente la pretesa di poterlo risolvere in queste poche righe. Provo solo a darvi una mia modestissima visione della cosa. La prima cosa che mi viene da dire, guardando a gente come Pogačar, Van der Poel, Van Aert, Evenepoel, Pedersen o anche ad alcuni giovani come Ben Healy o Quinn Simmons è che un equilibrio c’è.

Perché è chiaro che quelli citati sono dei campioni, o in alcuni casi dei fuoriclasse, ma questi ragazzi sono in grado di abbinare il loro motore fuori scala (e quindi i loro numeri) all’estro, alla fantasia, seguendo i parametri del coraggio e dello spettacolo, senza fare eccessivi calcoli. Ma loro sono la punta dell’iceberg. Che per fortuna, però, esiste. Senza poesia, senza romanticismo, senza inventiva, senza senso dello show, il ciclismo sarebbe un noiosissimo “piattone”, tanto per usare un termine ciclistico.

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Fatta questa doverosa premessa, è fuori discussione che il ciclismo stia andando però sempre di più verso l’universo in cui comandano numeri, watt, calcoli e meccanismi, passatemi il termine, robotici. Le nuove leve del gruppo, anche se non tutte, sono abbastanza ossessionate dai numeri che possono o riescono a sprigionare e a volte sono quasi più soddisfatti del raggiungimento di un KOM in allenamento che magari di un piazzamento di livello in gara. Evoluzione dei tempi.

Aumentare i wattallenamento potenza

Così come a volte fa sorridere (eufemismo…) il fatto che la prima cosa che si preoccupano di fare i corridori appena finita una corsa sia quella di stoppare il proprio computerino per salvare tutti i dati di giornata. Come se farlo venti o trenta secondi dopo alteri chissà quanto quello che hanno fatto nelle quattro ore precedenti. Ma tant’è.

Pur essendo, ma spero come la maggioranza, un amante delle imprese e degli attacchi anche spericolati e scriteriati, va riconosciuto che l’attenzione posta sui dati (e sull’alimentazione) in questi anni ha portato a un’evoluzione del ciclismo pazzesca. Medie orarie folli, corse senza un attimo di respiro, livello complessivo del gruppo elevatissimo. Spesso anche a beneficio dello spettacolo.

L’ossessione maniacale al dettaglio ha ovviamente avuto un impatto anche sull’aspetto psicologico. Reggere questi ritmi e questo stress non è da tutti né per tutti. Negli ultimi anni i casi di corridori che hanno smesso perché depressi o finiti di testa si sono moltiplicati in maniera esponenziale. Alcuni dei più vecchi non sono riusciti a stare al passo coi tempi, finendo nel tritacarne.

Insomma, oggi per essere corridori top level serve una professionalità a 360 gradi per 365 giorni l’anno. Che non significa che prima non lo fossero (ci mancherebbe!), ma la realtà è che di questi tempi i momenti di svago, leggerezza e sgarro sono limitatissimi e circoscritti. Soprattutto se si punta a una carriera, più o meno vincente, di 10-12 anni. Perché dietro i ragazzini scalpitano e ogni anno ne spuntano nuovi come funghi. Prelibati e talentuosi. E non necessariamente il paragone deve essere fatto con Pogačar o Van der Poel.

Come in tutti gli ambienti di lavoro… mors tua, vita mea. Per sopravvivere nel ciclismo bisogna alzare l’asticella anno dopo anno.

Speriamo solo che il ciclismo romantico riesca a conservare sempre e per sempre una sua finestra di luce.

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