Nso Group è l’azienda israeliana che deve 167 milioni alla Big Tech per avere installato uno spyware sfruttando l’app di messaggistica. La replica di Meta: «Accuse assurde». Avviata un’indagine negli Stati Uniti

«I messaggi e le chiamate sono crittografati end-to-end. Solo le persone in questa chat possono leggerne, ascoltarne o condividerne il contenuto». Questa è la frase che compare quando si apre una nuova conversazione su WhatsApp. È l’assicurazione che nessuno al di fuori dei partecipanti, nemmeno la stessa Meta, possa accedere alle chiacchierate virtuali. Una certezza che vacilla per colpa di un’accusa mossa da uno studio legale americano all’azienda di Mark Zuckerberg: secondo la Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan, le chat su WhatsApp non sarebbero davvero crittografate e alcuni dipendenti di un’azienda terza, responsabili della moderazione sulla piattaforma di messaggistica, sarebbero stati in grado di accedere a conversazioni private

Come riporta Bloomberg, il dipartimento americano del Commercio starebbe esaminando le dichiarazioni di alcuni whistleblower — lo studio legale sostiene che arrivano da Australia, Brasile, India, Messico e Sudafrica  — che affermano di avere avuto «accesso illimitato» ai messaggi sull’app e di poter «entrare praticamente in tutte le comunicazioni presumibilmente “private” degli utenti di WhatsApp». La denuncia è stata depositata in una corte del distretto Nord della California il 23 gennaio 2025 e conterrebbe le testimonianze di due anonimi querelanti che si occupavano di moderazione dei contenuti per l’azienda di consulenza Accenture. Questi avrebbero detto di avere avuto (insieme ad altri colleghi) ampio accesso alle conversazioni “criptate”. Una delle moderatrici avrebbe detto all’investigatore (sempre secondo Bloomberg) ha anche dichiarato di aver «parlato con un dipendente del team di Facebook che ha confermato che potevano  accedere ai messaggi crittografati di WhatsApp, quando lavoravano su casi che coinvolgevano azioni criminali». Nella denuncia depositata presso la corte federale, però, mancherebbero riferimenti o prove tecniche per dimostrare che l’azienda possa effettivamente decrittare (e quindi leggere) i messaggi che gli utenti inviano. 



















































Le perplessità e la replica di Meta

Non c’è dubbio che Meta abbia scelto di difendersi pubblicamente da un’accusa che minerebbe la base su cui si fonda WhatsApp. Più volte negli anni, infatti, è stato ribadito che la stessa azienda non può accedere ai messaggi, anche quando si tratta potenzialmente di contenuto criminale, sottolineando così la garanzia data dalla crittografia end-to-end. Meta ha definito le affermazioni contenute nella denuncia come «categoricamente false e assurde». 

Non solo. L’azienda è partita al controattacco puntando il dito contro lo stesso studio legale che ha depositato la denuncia. Si tratta infatti della stessa firma che ha difeso il Nso Group, cioè l’azienda israeliana coinvolta nello scandalo Pegasus, uno spyware usato anche da alcuni governi per spiare giornalisti, politici e attivisti. Il caso, che è emerso nel 2019 grazie a un’indagine coordinata da 16 testate internazionali, si è concluso a maggio nel 2025 con una condanna a Nso Group, che secondo il giudice dovrà pagare 167 milioni di dollari per avere violato i termini di servizio di WhatsApp. Lo studio legale ha fatto appello contro la decisione della corte federale e spera di riuscire a ribaltare così il risultato.
Ed è proprio questo doppio ruolo della Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan a insospettire Meta che, mentre si prepara a un possibile secondo round contro Nso Group, rimane in attesa che la corte federale trasformi l’indagine in un’accusa formale (o meno).

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2 febbraio 2026