di
Teresa Cioffi
Il ricercatore torinese è stato selezionato dall’Università del Colorado per partecipare alla missione nella base di simulazione del centro Mars Desert Research Station
Sveglia all’alba, un’ora di attività fisica obbligatoria, controllo della strumentazione. Poi la tuta pressurizzata, il casco, la radio. Fuori dalla base, il deserto rosso dello Utah, simile a Marte. Per una settimana, Alessandro Liberatore, 33 anni, ha vissuto così: come un astronauta su un altro pianeta, sottoposto a test fisici, psicologici e di collaborazione, osservato passo dopo passo da un team di ricercatori. Anche Liberatore è un ricercatore, ma all’Istituto Nazionale di Astrofisica, all’Osservatorio di Torino.
È stato selezionato dall’Università del Colorado per partecipare alla missione che si è svolta alla Mars Desert Research Station, base di simulazione marziana gestita dalla Mars Society. Qui ha trascorso una settimana in completo isolamento. La struttura riproduce spazi, procedure e limiti di una futura base su Marte e, insieme all’astrofisico, hanno partecipato altri due torinesi di Thales Alenia e Argo.
Così Torino, con il suo personale specializzato, è volata negli Usa da un Piemonte che ormai conta oltre 450 aziende attive nel comparto aerospaziale, più di 35 mila addetti e un fatturato complessivo che supera gli 8 miliardi di euro. L’affitto della stazione nel deserto dello Utah, invece, da solo, costa circa 25 mila dollari al mese. Attiva dal 2001, è una delle quattro stazioni della Mars Society, guidata da Robert Zubrin. Profeta dei viaggi marziani, Zubrin è anche tra gli ispiratori di Elon Musk, che entro il 2026 ha annunciato di voler inviare lo Starship su Marte. Ma senza esseri umani a bordo, che invece restano sulla Terra per continuare le sperimentazioni.
«L’obiettivo della missione non era solo testare la tecnologia — spiega Liberatore —. Soprattutto, capire come reagiscono le persone, come prendono decisioni sotto stress, come gestiscono i conflitti. Lo studio, infatti, era focalizzato sulle dinamiche interpersonali». L’astrofisico torinese ha ricoperto il ruolo di crew scientist, responsabile del controllo delle strumentazioni sulle tute, della raccolta e dell’invio dei dati. Allo stesso tempo ha partecipato alle attività in cui gli «astronauti» uscivano dalla base per addentrarsi nel «territorio marziano», sempre in coppia e, a volte, con strumenti volutamente incompleti o manomessi per testare le reazioni. «Tutto era studiato per aumentare lo stress e simulare l’ambiente marziano. Il tempo era limitato perché, allo scadere dell’ossigeno, bisognava rientrare in base. Anche il cibo era parte dell’esperimento: alimenti disidratati o in polvere e l’acqua era razionata. Nessun contatto con l’esterno».
Per mettere piede davvero sul pianeta rosso, però, servirebbero ancora almeno dieci anni. L’attività di ricerca di Liberatore all’Istituto Nazionale di Astrofisica si concentra sullo space weather, la meteorologia spaziale. Ovvero studia l’interazione tra il Sole e i pianeti e, in particolare, le eruzioni solari. Conosce bene il problema: «Il nodo principale dei viaggi su Marte è la salute degli astronauti. Mandare un rover è semplice, il vero rischio è per l’uomo. Le particelle altamente ionizzate interagiscono con il corpo e possono provocare danni gravi. Il viaggio su Marte è lungo e stare troppo tempo esposti a radiazioni senza protezione crea una criticità. E non possiamo portare chili e chili di piombo su un altro pianeta, rappresenterebbe un costo eccessivo. Quindi si stanno cercando delle soluzioni».
Per Liberatore, l’esperienza nello Utah ha rappresentato un cambio di prospettiva. «Sperimentare tutto questo su Terra, in condizioni simulate ma realistiche, ci permette di progettare missioni più sicure e consapevoli. Capire come reagiscono le persone sotto stress, quanto tollerano la fatica, come collaborano con strumenti imperfetti, è fondamentale». Non si è trattato della sua prima esperienza in ambienti estremi. Liberatore è già stato in Antartide, alla base Concordia, e punta a tornarci presto. La base è chiamata il Marte bianco: isolamento totale, basse temperature, poco ossigeno e maggiore esposizione alle radiazioni. «È un laboratorio naturale straordinario, dove possiamo testare protocolli, strumenti e resilienza umana prima di affrontare il vero ambiente marziano. Conto di tornare nel 2026 per ulteriori ricerche». Così il Piemonte, terra dove cresce l’industria delle stelle e dell’innovazione aerospaziale, comincia a formare anche gli esploratori. E chissà se un giorno su Marte non metta piede uno scienziato torinese.
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2 febbraio 2026
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