di
Pietro Faustini
Sestini fu colpito da un arresto cardiaco durante un evento di sommozzatori al lago di Lavarone. Dopo il salvataggio rimase in coma per cinque giorni: «Torno per sdebitarmi dopo una gaffe: avevo detto che il lago era inquinato»
Massimo Sestini è un fotoreporter specializzato in foto aeree e scatti estremi. Da più di 15 anni, è fotografo per il Corriere della Sera e responsabile delle immagini per l’edizione fiorentina del giornale. Nella scorsa edizione di Under Ice, l’evento di immersioni nel lago ghiacciato di Lavarone, ha rischiato di morire mentre immortalava i sommozzatori sott’acqua. Nell’edizione 2026, il 7 e 8 febbraio è invece atteso in Trentino come ospite d’onore insieme ai campioni sportivi Alessia Zecchini e Luca Da Prato.
Sestini, cosa ricorda dell’incidente?
«Stavo lavorando al calendario della Guardia Costiera, era il primo shooting dell’anno. Volevo portarmi a casa una fotografia dei sommozzatori sotto il ghiaccio, nonostante a Lavarone ci sia poca visibilità, sui 20-30 centimetri. Mi sono immerso per 34 minuti e stavo benissimo, ma all’improvviso ho smesso di respirare. Ero lucido, non avevo crampi o nessun tipo di avvisaglia e quindi ho pensato che mi si fosse guastato l’erogatore. Però non respiravo nemmeno da quello di emergenza né da quello che mi ha passato il sommozzatore che mi faceva da “angelo custode”. Allora ho capito che era successo qualcosa al mio corpo: avevo iniziato ad annegare, è matematico che appena finisce la riserva d’aria che hai nei polmoni si inizia a ingerire acqua».
Che cosa è successo quindi?
«In sostanza ho subito un’ipotermia, se il corpo subisce uno shock termico va in autoprotezione, ossia l’epiglottide che abbiamo nell’esofago ostruisce le vie respiratorie per fare in modo che non entrino corpi estranei. Mentre il sommozzatore mi accompagnava fuori sono andato in arresto cardiaco e mi hanno tirato fuori dall’acqua che ero morto. Per fortuna il direttore dell’operazione era fresco di brevetto in soccorso e salvataggio e mi ha praticato il massaggio cardiaco senza aspettare gli infermieri. Io non sapevo cosa fosse successo, tant’è che non volevo andare in ospedale. Il medico mi ha spiegato che avevo un’infezione polmonare bilaterale fulminante, con gli alveoli dei polmoni esplosi, e che in mezz’ora avrei potuto morire. L’ultima cosa che ricordo è il viaggio in elicottero, dove ho perso i sensi prima di arrivare al Santa Chiara».
Come l’hanno curata in ospedale?
«Ho trascorso cinque giorni in coma farmacologico. Una volta sveglio, per me non erano trascorsi e quando ho visto mia figlia ho pensato: “che carina, è arrivata già oggi pomeriggio”. Intanto l’ospedale era in subbuglio perché la notizia era circolata ovunque. Per curare l’infezione, hanno aspirato l’acqua ingerita e fatto dei trattamenti farmacologici, una cura potentissima sperimentata sul Covid. Ha funzionato e dopo pochi giorni ero già in elicottero con la Guardia Costiera a Sanremo».
Come ha scattato la celebre foto che la ritrae quasi senza vita?
«Sullo scafandro subacqueo avevo montato una camera a 360 gradi, programmata per fare una fotografia ogni 3 secondi. Questa macchina doveva fare il backstage dell’operazione, era fissa su di me e ha fotografato tutto, compreso l’annegamento. Quando mi hanno tirato fuori dal ghiaccio hanno spostato la custodia subacquea e la camera è caduta. Una fotocamera 360 ha due obiettivi, uno era sott’acqua e uno sopra che riprendeva il mio cadavere. Possiamo dire che sono la prima persona nella storia della fotografia che si è scattata una foto mentre era morta. E ha avuto anche la fortuna di sopravvivere e di poterla vedere».
Dopo un simile spavento, è cambiato qualcosa nel suo approccio, nelle sensazioni che prova al lavoro?
«Quando muori e poi torni in vita, sei consapevole di essere un redivivo, la realtà appare in maniera totalmente nuova. Normalmente, nella vita quotidiana ci si lamenta per problemi di denaro, lavoro, la fidanzata che ti ha lasciato, il parente che sta male. E condizionano la vita. Dopo questa esperienza, ridimensioni qualsiasi problema. Sono anche diventato molto più sensibile nei confronti del prossimo, un aspetto chiave per un fotografo. Non mi ha però rovinato l’emozione dell’immersione, ne rifarei una oggi stesso».
Come mai ha deciso di tornare ad Under Ice?
«Sono stato invitato come ospite prima dal sindaco e poi da Daniela Vecchiato, la direttrice dell’Apt di Lavarone. In trasmissione da Bruno Vespa, avevo raccontato che il lago era inquinato. Ho fatto una gaffe perché non si parlava di solventi chimici ma dell’alta concentrazione batterica, che è cosa normale per un lago del genere. Di questo mi sono scusato e ho deciso di venire anche per sdebitarmi. Non verrò però a fare un’altra immersione, sarebbe una roba da circo. Interverrò nel momento istituzionale al Centro Congressi».
Che rapporto ha con il Trentino?
«È una regione che amo per la montagna, e non parlo solo da fotografo. Mio nonno portava me e mio fratello sulle Dolomiti. In più sono appassionato di surf, e per questo ho frequentato Torbole da quando ho 15 anni. Sono molto legato al Trentino, un affetto rafforzato anche da questo incidente».
Quali sono i suoi prossimi progetti?
«Per oltre 20 anni ho raccontato il dramma delle migrazioni, nel 2014 ho vinto il World Press Photo con uno scatto di 500 migranti stipati su un barcone. Negli anni successivi li ho cercati per rintracciarli nelle loro nuove vite. Poco dopo l’incidente Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei, dove l’anno scorso ho fatto una mostra, mi ha detto: “Sei tornato a vivere dopo che sei annegato proprio come tantissimi migranti”. Allora io ho pensato di dover tornare in mare, stavolta per riuscire a fotografare da sott’acqua dei migranti appena salvati. Il mio nuovo progetto vuole raccontare quel dramma ancor più da vicino, riportare scatti sia sopra che sott’acqua e raccontare il mondo dove tanti di loro sono perduti».
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3 febbraio 2026
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