Dall’armadio della vita di Giuseppe Calabrò, 76 anni, esce lo scheletro di un omicidio che potrebbe cambiare il finale della sua esistenza: il sequestro e la morte di una studentessa di 18 anni, Cristina Mazzotti, sequestrata il primo luglio di 51 anni fa a Eupilio, in provincia di Como. Si usava così in Italia, dal Nord alla Sardegna, con i figli di chiunque avesse un patrimonio un po’ più alto della media.
Cristina Mazzotti, uccisa e gettata in una discarica
I rapitori prendono Cristina (foto sotto) e la nascondono viva in una buca scavata nella terra. La uccidono un mese dopo, il 1 agosto 1975, con una dose eccessiva di sedativi. Ma non si fermano lì. Riescono a farsi pagare il riscatto: un miliardo e 50 milioni di lire, circa 7 milioni di euro oggi. Fanno credere che la ragazza sia ancora viva. I genitori si indebitano per riportarla a casa. Non sanno che la loro figlia è già morta: la ritroveranno il 1 settembre, gettata tra i rifiuti di una discarica a Galliate, in Piemonte. Il papà, Elios, morirà l’anno dopo di infarto.

Potrebbe sembrare un cold case, ma non lo è vista la determinazione con cui, ancora oggi, vengono protetti i segreti di quel delitto. Allora si indignò l’Italia. Ora finalmente il processo sta celebrando il finale della storia. Grazie alla tenacia del fratello e della sorella di Cristina, Vittorio e Marina, 79 e 76 anni, ai loro legali Fabio Repici ed Ettore Zanoni. E alla tecnologia investigativa, che ha trasformato in prove scientifiche visibili quello che ai tempi non era stato visto.
Perché Giuseppe Calabrò è il più fortunato
La sentenza è questione di ore. E Giuseppe Calabrò è a un bivio: chiudere il suo passaggio su questo mondo con una condanna all’ergastolo, come ha chiesto il pubblico ministero Cecilia Vassena, oppure riuscire ancora una volta a uscirne indenne. Come tutte le altre. La difesa è nelle mani dell’avvocato Ermanno Gorpia. Ma nel passato, anche recente, l’abilità del cliente nel salvarsi da inchieste e sentenze è andata ben al di là dell’attività di qualsiasi legale. Calabrò è molto fortunato. Il più fortunato di tutti. Vediamo perché.
Intanto il titolo di dottore. Giuseppe Calabrò, nato il 21 gennaio 1950 a San Luca in provincia di Reggio Calabria, non ha mai curato nessuno. Ma il fatto di essersi iscritto a Medicina, senza concludere gli studi, è già considerato una laurea per chi, come lui, è emigrato dal paese italiano tra i più sottomessi all’ignoranza della ‘ndrangheta. A San Luca lo chiamano Dutturicchiu. Non essendo diventato un luminare nel vero senso della parola, la sua consuetudine a sorvolare indenne le indagini è comunque da premio Nobel.
Dentro e fuori l’inchiesta sugli ultras del calcio
Prendete la recente inchiesta sulle curve degli ultras e il controllo sui percheggi negli stadi: dai clan milanesi di Inter e Milan, metà tifosi e metà spacciatori, ai contatti con la famiglia del boss Michele Senese per esportare a Roma il modello milanese. Nel lungo rapporto ai magistrati della Procura di Milano – è l’informativa chiamata Black Devil, diavoli neri – il colonnello Giuseppe D’Urso e il tenente colonnello Antonio Valentino della guardia di finanza ripetono il nome di Calabrò ben 1.634 volte.
Giuseppe Calabrò, 70 anni, davanti alle telecamere del programma 100 minuti di Alberto Nerazzini (foto La7)
Viene descritto come una specie di garante della pace tra gli interessi mafiosi della ‘ndrangheta e gli affari degli ultras nerazzurri e rossoneri. Eppure nella successiva ordinanza, il Dutturicchiu nazionale non solo non appare tra gli arrestati, ma nemmeno tra gli indagati. Il giudice che l’ha emessa si è ovviamente attenuto alle richieste della pubblica accusa, che evidentemente non aveva ritenuto di dover chiedere provvedimenti contro Calabrò (nella foto sopra, ripreso dalle telecamere del programma “100 minuti” di Alberto Nerazzini).
Il giudice: Giuseppe Calabrò andava indagato
Ma lo stesso giudice non può evitare di citarlo, ricostruendo le gesta dell’associazione mafiosa che aveva occupato lo stadio di San Siro: il nome di Giuseppe Calabrò viene così ripetuto altre 705 volte. Anche come protettore, incassando mille euro al mese, “al fine di mitigare le pretese del tifo organizzato interista verso la gestione dei parcheggi intorno allo stadio di San Siro”. Il garante degli affari, appunto.
Alle fine perfino il Tribunale sembra spazientirsi di fronte alla sua presunta impunità: “È questo complessivo snodo di interazioni – scrive il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro – che deve essere ulteriormente sviscerato ed approfondito, specie quanto alla relazione con Calabrò Giuseppe, il cui ruolo dovrà essere una volta per tutte cristallizzato, essendo palese come egli vanti in territorio milanese una capacità di influire su dinamiche che interessano la ‘ndrangheta”. Cristallizzato: il Tribunale invita la Procura antimafia a indagare su Calabrò.
La polizia: “Così Calabrò è rimasto fuori dall’indagine”
Fosse l’unica volta. Ma non lo è. Ecco una delle udienze del processo per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, in corso davanti alla Corte d’Assise di Como. I giudici ascoltano la testimone Liliana Ciman, funzionaria della squadra mobile di Milano. Deve ricostruire cosa fa Calabrò nella ‘ndrangheta. Ricorda cosa avevano visto durante i pedinamenti. “L’esito di questo servizio di osservazione e di quello che poteva derivarne – spiega Liliana Ciman – era stato trasmesso al pubblico ministero all’epoca titolare delle indagini, che era il dottor […]. In realtà il dottor […] ci disse che su Calabrò Giuseppe vi era già un’attività di indagine in atto da parte dei carabinieri e del suo collega dottor […] e a tale Pm e a tale forza di polizia aveva passato l’esito degli accertamenti che avevamo fatto noi”.

“Era poi emerso che… – aggiunge la funzionaria di polizia – Calabrò viene indicato come il Vecchio, come soggetto che era stato in grado di procurare delle armi da Arma di Taggia. Nell’ambito di questo procedimento non mi risulta che Calabrò sia stato indagato, però sappiamo che emerge”.
Il traffico di armi: kalashnikov, Uzi e una pistola
L’inchiesta di cui parla Liliana Ciman va infatti a sentenza nell’autunno 2015. E anche la giudice del Tribunale di Milano, Chiara Valori, osserva in quell’occasione come Giuseppe Calabrò sia rimasto fuori dal processo: “Giulio Martino – scrive la magistrata in merito a uno dei complici – era stato infatti incaricato del trasporto da Giuseppe Calabrò, che era l’effettivo proprietario delle armi”. Si tratta di due fucili mitragliatori kalashnikov, una mitraglietta Uzi, altri due mitra e una pistola. Ma Calabrò non può essere processato.
Cristina Mazzotti, perché si riapre il caso – di Alberto Berlini
Il motivo la giudice Valori lo aggiunge in una nota: “Personaggio di spicco della criminalità organizzata calabrese ripetutamente citato da Colangelo, rispetto al quale il pubblico ministero non ha però proceduto, ritenendo insufficienti i riscontri individualizzanti reperiti a suo carico”.
I benefici di un agente infiltrato: fuori dalle indagini
Benefici così ricorrenti vengono di solito concessi a chi sta dentro le organizzazioni mafiose e contemporaneamente opera a favore di magistratura, polizia e carabinieri. In effetti, tutti i colleghi di Calabrò negli affari – dalle indagini sulle armi ai parcheggi degli stadi – vengono puntualmente indagati e arrestati. Non lui. Ma quello dell’infiltrato o di agente segreto è un ruolo codificato dalla legge. E nel caso di Giuseppe Calabrò sarebbe smentito dal presunto potere che contemporaneamente gli viene riconosciuto all’interno della ‘ndrangheta, come affermano le informative, le ordinanze e anche le sentenze. Pur senza poterlo condannare.

Giuseppe Calabrò è ovviamente consapevole di questo. Lo ribadisce davanti alle telecamere della trasmissione “Lo stato delle cose” di Massimo Giletti: “Non sono imputato. Non sono né indagato, né niente” (foto sopra). Fino al 2006 avrebbe potuto rispondere con le stesse parole l’altro imputato per il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti: Demetrio Latella, 71 anni, ergastolano per omicidio, libero dal 2007 con la condizionale. Il terzo a processo è Antonio Talia, 73 anni. Allora erano tutti ventenni. Oggi sono tutti liberi.
L’impronta sull’auto che ha incastrato i complici
Si arriva a Latella grazie a un’intuizione. Quarant’anni dopo i fatti, a partire dal 2006, la polizia scientifica, sfruttando le ultime tecnologie, ricontrolla un’impronta digitale lasciata dai rapitori sulla Mini Minor bloccata quel sabato notte, l’auto su cui Cristina si trovava con un gruppo di amici. Rientravano da una festa per la fine della scuola. E l’impronta, allora non riconosciuta, ora conduce proprio a Demetrio Latella, che però si fa chiamare Luciano. È schedato perché nel frattempo è stato processato come killer della mafia catanese, nonostante le sue origini calabresi. Una sorta di consorzio, il suo, tra ‘ndrangheta e Cosa nostra. Ma quella prima volta l’inchiesta si conclude in favore di Latella (nelle foto sotto, il cartellino segnaletico di Demetrio Latella trovato nell’archivio segreto dell’agenzia di spionaggio privato Equalize).

Vengono indagate quattro persone: Calabrò e Talia sono nel gruppo. Ma non ci saranno indagini. Dopo un lungo periodo la Procura di allora chiede e ottiene dal Tribunale l’archiviazione per tutti gli indagati per prescrizione dei reati: ai quattro vengono riconosciute le attenuanti, ancor prima dell’esercizio dell’azione penale, nonostante Latella avesse confessato la sua partecipazione al rapimento. Restano tutti liberi. Compreso Calabrò.
Cosa c’entra l’archivio segreto di Carmine Gallo
Passano gli anni, cambiano le persone e forse anche la sensibilità giuridica. A novembre 2021 un esposto con nuovi elementi fa riaprire le indagini. Il 25 marzo 2022, davanti al procuratore aggiunto Alberto Nobili e al pm Stefano Civardi, Demetrio Latella, nonostante i ricordi confusi, confessa nuovamente: “Calabrò disse che si doveva andare in provincia – mette a verbale -. Ricordo che spiegò la strada al Talia e che si partì… Calabrò aveva detto che si sarebbe andati nel Comasco, non ci disse chi sarebbe stato sequestrato, diceva una persona”.

Questa volta si arriva al processo. Nonostante le gravi accuse, i tre imputati sono ancora oggi completamente liberi. Di Latella sembra occuparsi anche Carmine Gallo (foto sopra), l’ex poliziotto arrestato per i dossier dell’agenzia Equalize, morto di infarto il 9 marzo 2025. Nel suo archivio segreto viene sequestrata una cartella riservata, dedicata al rapitore di Cristina Mazzotti. E c’è un altro colpo di scena: in aula Demetrio Latella non conferma la confessione del 2022. Rifiuta le domande, rende spontanee dichiarazioni. Ammette soltanto la sua partecipazione. Ma non fa più il nome di Calabrò: “Sono stato coinvolto, non sapevo cosa stavo andando a fare. Sono stato ingannato sia io che il Talia, questo lo devo dire”. La responsabilità del suo coinvolgimento la rifila a un ulteriore sequestratore. Non a Dutturicchiu. Superfluo aggiungere che il complice citato non può difendersi: è già morto, per cause naturali. La sentenza, attesa per oggi, mercoledì 4 febbraio, scriverà il finale.
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