Iran, sale la tensione nel mar Arabico. Gli americani abbattono un drone

(Davide Frattini) Il drone vira all’improvviso verso la portaerei Abraham Lincoln, il pezzo più importante dell’«Armada» che Donald Trump ha inviato lungo le coste dell’Iran. La manovra è considerata aggressiva, vengono lanciati gli allarmi, lo Shahed135 iraniano non cambia traiettoria: un F-35 decolla dal ponte e abbatte il velivolo pilotato a distanza, «una mossa difensiva», spiegano i comandanti militari. Poche ore dopo due cannoniere si avvicinano a una petroliera che batte bandiera americana, ordinano all’equipaggio di fermare il gigantesco cargo, ben più grande delle navi iraniane, ma disarmato. I pasdaran minacciano l’abbordaggio, vogliono impedire il passaggio dello Stretto di Hormuz, lo stallo si smuove solo quando interviene un cacciatorpediniere Usa.

Due provocazioni in mare, mentre i negoziatori del regime islamico provano ad agitare anche le acque attorno alle trattative con la Casa Bianca.
Gli iraniani — rivela la testata digitale Axios – vorrebbero spostare i primi colloqui, fissati per venerdì, da Istanbul alla capitale dell’Oman. Chiedono anche di cancellare gli inviti come osservatori alla Turchia e ad alcuni Paesi arabi. Le trattative tra Steve Witkoff, Jared Kushner e Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri inviato da Teheran, diventerebbero un faccia a faccia. Senza la presenza — spiegano fonti israeliane ai media locali — di Paesi come gli Emirati e l’Arabia Saudita che vorrebbero ottenere concessioni dagli ayatollah pure sul programma missilistico e sul sostegno a milizie come l’Hezbollah libanese. Araghchi ha il mandato di affrontare per ora solo la questione del programma nucleare.
Anche dopo gli incidenti nel Golfo Persico, la Casa Bianca ripete che «l’incontro è confermato, il presidente Trump è impegnato per la diplomazia».
Allo stesso tempo il leader americano ha già avvertito che «tutte le opzioni restano sul tavolo», se i negoziati dovessero fallire. Agli inizi di gennaio aveva minacciato di essere pronto ad attaccare: in quei giorni la repressione del regime avrebbero ammazzato oltre 30 mila persone scese in strada a protestare. Trump si era in qualche modo accontentato di poter annunciare che «le esecuzioni capitali sono state fermate».
Witkoff è arrivato ieri in Israele per incontrare il premier Benjamin Netanyahu ed Eyal Zamir, il capo di stato maggiore, che nel fine settimana era stato a Washington.
Teheran ha già proclamato che in caso di un raid americano la risposta colpirebbe lo Stato ebraico oltre alle basi statunitensi nella regione. Bibi, com’è soprannominato, ha ripetuto all’inviato di Trump che «dell’Iran non ci si può fidare». Era stato lui a convincere l’amico Donald, allora al primo mandato, a ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul programma atomico che era stato ottenuto dal predecessore Barack Obama.

Il tg del canale pubblico sostiene che il primo ministro avrebbe anche chiesto «il via libera» per un’operazione israeliana contro Teheran: a metà dello scorso giugno Netanyahu ha ordinato di bombardare i siti nucleari iraniani, un piano che immaginava da quando è tornato al potere nel 2009. L’offensiva si era trasformata in una guerra di 12 giorni, con i lanci di missili e droni sulle città israeliane, fino a quando i bombardieri Usa si sono uniti alle sortite contro uno dei centri di sviluppo più protetti. E Trump ha imposto il cessate il fuoco.