J: Hey Dave, senti ma… Che ne dici di fare un buddy cop insieme?
D: Hey Jason… Boh, se devo dirti la verità l’idea non mi fa impazzire. Io faccio i film di Denis Villeneuve. Perché, tu vuoi fare un buddy cop?
J: No. Non particolarmente. Però stavo pensando che la gente lo guarderebbe, quindi perché no?
D: Ma a te piacciono i buddy cop?
J: No. Cioè, sì. Abbastanza. Io guardavo Renegade. Era un buddy?
D: Non proprio. Lo conosco ma non lo guardavo, eh? Io faccio i film di Denis Villeneuve.
J: Ok ma il succo è quello. Io faccio un misto caciarone tra Renegade e Aquaman, tu fai quello serio, c’è la scena col capo che ci sgrida, quella dove ci meniamo ma poi facciamo pace, fine. Siamo entrambi grossi, la gente lo vuole vedere.
D: Ho appena perso 40kg.
J: Sei grosso lo stesso, continuo a non vederti il collo.
D: Occhio a come parli, io faccio i film di Denis Villeneuve.
J: C’ero anch’io in Dune, Dave.
D: Ok. Se mi giuri che alla gente interessa, facciamolo. Abbiamo i crediti da produttore?
J: Abbiamo i crediti da produttore.
Potrei dirvi che questo è un dialogo che ho inventato per illustrare la sensazione che mi ha lasciato questo film, e invece è una registrazione genuina che ho ottenuto nascondendo un microfono dentro a una copia di Il fondamentalista riluttante che Dave Bautista porta sempre con sé per darsi un tono. Non nascondo invece mai microfoni su Jason Momoa perché ogni volta che usa qualcosa, non importa cosa, poi la butta casualmente alle sue spalle per sentirsi libero e ribelle.
SIGLA!
È il 1991: ho 14 anni, e guardo questo improbabile buddy con Don Johnson e Mickey Rourke intitolato Harley Davidson & Marlboro Man. Sui titoli di testa, che vedete qui sopra, c’è Wanted Dead or Alive dei Bon Jovi: una scelta ovvia, ruffiana, che arriva con qualche anno di ritardo se voleva gasarmi con una hit del momento, e cerca disperatamente di rilanciare due attori in cerca di identità dopo che entrambi stavano uscendo dal loro periodo di maggior fama. Guardatevi il video: quella transizione tra zoom sulla ruota che gira, il cartello stradale che gira come la ruota e le pale della centrale eolica mi fa volare. Quanti cinque che saranno volati in sala di montaggio.
È il 2026: Fratelli Demolitori mette insieme due noti bistecconi in una fase stanca della loro carriera, inizia con Paradise City dei Guns’N’Roses, e mi fa lo stesso effetto ma peggio. Arriva malinconicamente tardi sul revival, e l’unico modo per essere più ovvi era usare Back in Black. Suona come un misto tra paternalista e paraculo: “sì boomer, parlo a te, non rompere i coglioni, rilassati e lasciaci lavorare in pace”. A me, eh? Magari voi invece state tirando gomitate a vostro figlio dicendo “Questa è musica! Mica Taylor Spears o Sabrina Craven!”.
Entrambi i film hanno un aspetto in comune: una premessa talmente ovvia che, una volta ingaggiati i protagonisti, tutti quanti tirano un sospiro di sollievo e girano la bozza di sceneggiatura che hanno a mano in quel momento, senza disturbarsi a finirla perché tanto quelli come noi – come ho puntualmente fatto – si fiondano a guardarlo il primo giorno.
Purtroppo non si chiamano Demolitori di cognome, speravo che il doppiaggio mettesse una pezza
Harley Davidson & Marlboro Man era poi inspiegabilmente impacciato, una specie di aspirante Duro del Road House che non ha capito del tutto la ricetta e non riesce a unire i puntini fra le sue occasionali trovate splendidamente sceme.
Fratelli Demolitori è in un limbo simile: ha lo scheletro giusto, ma si perde a cercare una mezza via tra gli omaggi ai classici e un tono più moderno.
Per quanto riguarda gli omaggi ai cliché del genere, è roba da far rivalutare immediatamente la scelta stra-ovvia di Paradise City sui titoli di testa: davvero l’unica gag che sono riusciti a pensare per rivitalizzare lo stereotipo della sgridata del capo è farli rispondere finti indignati parlando di “trigger” e “safe space”?
E per quanto riguarda i tocchi più moderni, è roba da far rivalutare gli omaggi ai cliché classici: davvero ti inventi la gag di Jacob Batalon che nonostante il fisicone è insospettabilmente abile nel parkour, e la metti in scena con uno stacco su una plateale controfigura che manco La Pallottola Spuntata, e poi con tutte le battute possibili arriva Jason Momoa e lo chiama “fat Jackie Chan”?
Mi ci voglio soffermare, su “fat Jackie Chan”, e non è nemmeno per parlare di body shaming (questo lo lascio alle litigate di Dave e Jason con il loro capo). Mi voglio soffermare sul fatto che al mondo esiste Sammo Hung, che è una vera e propria leggenda, e come se non bastasse lui e Jackie hanno fatto una marea di film insieme tra cui un classico imprescindibile come Project A. Praticamente è come se Jacob Batalon avesse inizato a tirare dei gran schiaffoni ritmici a mano aperta, e Jason Momoa lo avesse chiamato “fat Terence Hill”. E ti vedo li col ditino, Fabrizio, a evidenziare che la famosa casalinga di Voghera portata a esempio da tutti i manuali di marketing conosce Jackie Chan ma non Sammo Hung perché Jackie ha sfondato molto di più nella cultura popolare mainstream, ma se devo essere onesto non mi interessa.
Sono proprio diversi di carattere! Uno è serio con la camicia, l’altro c’ha la giacca di pelle e ride!
Questo è anche un buon momento per ricordare che il titolo originale, The Wrecking Crew, è in comune con il vecchio classico del ’68 con Dean Martin e Sharon Tate, citato ampiamente da C’era una volta a Hollywood, e che notoriamente vanta le coreografie di Bruce Lee e la prima comparsata al cinema di Chuck Norris. E no, non c’è nessun motivo, nessun omaggio. Proprio solo la pigrizia di scegliere un titolo generico e non riuscire a schiodarsi da lì. A confronto preferisco davvero Fratelli Demolitori, per quanto suoni come un’inserzione pubblicitaria.
Ma il peccato più grande del film, nonostante tutto, è la durata: due ore e quattro minuti.
Io sono anche disposto a lasciar perdere che il 99% dei classici omaggiati durano dagli 85 ai massimo 105 minuti, e sono sempre stati benissimo così: qui la cosa che fa venire la depressione è che le due ore e rotti non sono giustificate su nessunissimo livello. Nessuno! Fratelli Demolitori è un film che fa una fatica malsana a raggiungere la durata che si è autoimposto per motivi di cui posso incolpare soltanto il famigerato algoritmo. È un film che in 90 minuti avrebbe mandato tutti a casa moderatamente intrattenuti e soddisfatti, ogni sottotrama risolta senza sforzi, e che invece deve trascinarsi per un’extra-mezzora e non sa neanche lui cosa farsene. È un continuo allungare il brodo senza approfondire nulla, e anzi a distrarre dal prendersi il tempo necessario per pensare a gag un pelo meno elementari. A film finito stavo quasi rivalutando persino Hobbs & Shaw.
Fa ridere perché hanno la stessa camicia! E per di più rosa a fiori! Che è da femmine!!! E nonostante siano diversi di carattere!
Ma ora parliamo anche delle cose buone.
Innanzitutto Dave Bautista mi fa spaccare perché prende il film estremamente sul serio. È proprio qui per dimostrare il più possibile di essere di tutt’altra pasta rispetto a Jason Momoa. Dave in realtà racconta in giro che l’idea del film è sua, ma si configura come una specie di trappola, in cui Jason fa il se stesso caciarone come al solito (un po’ col pilota automatico, va detto), mentre Dave risponde immergendosi nel ruolo e nella storia come se nella sua testa sentisse la voce di Denis Villeneuve che lo incoraggia a “esprimere la verità” e “elevare la materia”.
Jason fa la star; Dave fa l’attore.
Contro di loro, ineccepibile la scelta della yakuza e, a contrastare il tema ricorrente dell’importanza delle proprie radici, molto bravo Claes Bang nel ruolo di un pittoresco villain chiamato Appropriazione Culturale. E il cerchio con Renegade si chiude con la presenza del leggendario Branscombe Richmond.
Ci sono due aspetti però in cui il film dimostra vero impegno: uno è l’ambientazione alle Hawaii, meno cartolina del solito, per dare modo a Jason di sfoggiare un po’ di orgoglio patriottico come già aveva fatto Dwayne Johnson nel già citato Hobbs & Shaw. Segno che i discorsi di rappresentazione sono importanti è il fatto che nonostante tutto, per la seconda volta dopo Aquaman, viene ingaggiato di nuovo il neozelandese Temuera Morrison – là padre del Jason, qui semplice compatriota.
L’altro aspetto, a sorpresa, sono le scene di mazzate. Non sono male: sono insistite, sono di pura scuola 87North, e si vede che al regista Angel Manuel Soto – già responsabile del moscissimo Blue Beetle – questa parte dei procedimenti piace molto. C’è una signora rissa a casa di Jason, c’è un discreto omaggio a Oldboy, e pure l’obbligatoria scazzottata tra Jason e Dave spicca per maggior coraggio del solito.
Peccato sia poco, ed estremamente diluito.
In compenso c’hanno la moto!
Streaming-quote:
“One in a million”
Nanni Cobretti, i400calci.com
BONUS, l’aneddoto più malinconico della settimana:
Non c’è una sola di queste gag che faccia ridere. Non una! A confronto, John Cena pare Bill Hicks.
Dove guardare Fratelli Demolitori